"AD GENTES" / LA MISSIONE CUORE PULSANTE DELLA CHIESA
Quest’anno ricorrono i 60 anni dalla fine del Concilio, un evento di grazia, i cui documenti sono ancora una sicura bussola per la Chiesa. Tra questi il Decreto Ad gentes sull’attività missionaria della Chiesa, uno degli ultimi ma tra i più innovativi.
Una prima novità di questo testo è la sua visione della missione, non più esiliata alla periferia della pastorale e identificata con le “missioni estere”, ma recuperata al centro della Chiesa, come suo cuore pulsante, suo atto generativo primo e primario. La visione precedente l’immaginava come un’estensione della Chiesa preesistente, della cristianità europea-occidentale.
Una seconda novità, la più innovativa, è la riscoperta del nucleo fondante della missione, la Trinità: “La Chiesa pellegrinante è missionaria per sua natura, in quanto essa trae origine dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo, secondo il progetto di Dio Padre” (AG 2). Pertanto la missione è anzitutto un dinamismo che ha la sua origine in Dio e come fine il mondo intero da trasformare in regno di Dio. Perciò la vera frontiera della missione è quella che separa il mondo di Dio e il nostro e che ha come mediatore unico, anche se non esclusivo, Gesù Cristo. L’una e unica missione della Chiesa non è dunque alternativa alle cosiddette “missioni”, al plurale. Anzi le “missioni” sono una declinazione privilegiata e paradigmatica dell’una e unica missione della Chiesa.
Una terza novità è l’importanza data alle culture e tradizioni religiose altre. Per la prima volta un Concilio riconosce nell’altro, destinatario della missione, un interlocutore inalienabile, scorgendovi la presenza stessa di Dio. Non si tratta di studiare le culture per colonizzarle meglio, ma di riconoscere “quali ricchezze Dio nella sua munificenza ha dato ai popoli” (AG 11). Se dunque l’attività missionaria valorizza le aspirazioni più profonde dell’essere umano, presenti anche nelle culture e tradizioni religiose altre, la missione non può essere intesa come un’iniziativa contro le medesime, al fine di distruggerle o sostituirle. La missione ha piuttosto lo scopo di farle incontrare con Cristo.
Una quarta novità, in linea con l’aggiornamento conciliare, è l’universalità dell’impegno missionario: “Tutti i fedeli, come membra di Cristo vivente, al quale sono stati incorporati e configurati mediante il battesimo, la confermazione e l’eucaristia, hanno l’obbligo di cooperare all’espansione e alla dilatazione del suo corpo, per portarlo il più presto possibile alla pienezza” (AG 36). La missione non è più solo una scelta particolare e carismatica di alcuni uomini e donne, degli Istituti specificamente missionari. Inoltre, la vocazione speciale ad gentes ha senso solo nel contesto della responsabilità missionaria di tutta la comunità cristiana.
Infine, il Concilio valorizza le Chiese locali, rompendo lo specchio colonialistico e imperialistico delle “missioni estere” che impediva loro di guadagnare piena cittadinanza e soggettualità ecclesiale e missionaria, in quanto riservata al centro storico-geografico della Chiesa cattolica, che intendeva l’attività missionaria come dilatazione dei confini della Chiesa occidentale (romana).
In questi 60 anni Ad gentes ha contribuito in maniera unica, dopo la fine della cristianità, ad aggiornare la visione della missione, anche se la Chiesa non è sempre riuscita a tradurne in pratica le novità. Una spinta inedita in questo senso può venire da papa Leone XIV, un papa missionario, anche per questo più in grado di far proprio il sogno di Francesco: “Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa”.







