A PROPOSITO DI RIFORMA DELLA CHIESA
A PROPOSITO DI RIFORMA DELLA CHIESA
Tarcisio Alessandrini
Roma, 12 luglio 2018
Caro Direttore, nel rivolgerle le mie congratulazioni per la nuova veste di Missione Oggi, vorrei fare qualche considerazione aggiuntiva in merito all’articolo di Antonio Autiero (2/2018, p. 55) che mi trova pienamente d’accordo.
Nel leggere l’invito finale ad una “riflessione responsabile su aree concrete di riforme da portare avanti […]”, m’è venuta subito in mente l’attuale plurisecolare separazione scandalosa tra chierici e laici che una volta si chiamava “Chiesa docente e Chiesa discente”, cioè la separazione tra la gerarchia sacerdotale ed i fedeli laici.
I tempi sono maturi perché tale nefasta separazione cessi al più presto. Non mi diffondo sui motivi teologici ormai comuni favorevoli a che cessi tale separazione discriminatoria. Basti solo ricordare che Gesù era laico e non ha fondato nessun sacerdozio né maschile né femminile. In base a tale principio, è tempo che Bergoglio e tutti i suoi collaboratori (tutti noi compresi) mettano mano a questa “riforma”: basta con il sacerdozio, nessuna ordinazione sacerdotale o diaconale, ma porre condizioni perché il “servizio” sia alla base dei “ministeri” da istituire in chiave “laica” senza alcuna separazione discriminatoria. Un’altra grande madre di tutte le riforme è la rinuncia allo Stato Città del Vaticano. Bergoglio è solo il vescovo di Roma che presiede alla carità. Un saluto fraterno e buon lavoro.
Gent.mo Tarcisio Alessandrini, grazie per le sue congratulazioni per la nuova veste di “Missione Oggi”. La sua lettera ribadisce l’importanza di metter mano alla riforma della Chiesa, inaugurata dal Concilio Vaticano II e ripresa dal pontificato di Francesco. Lei partirebbe senz’altro da un punto nevralgico, oltre che scottante, della struttura ecclesiale: la “separazione scandalosa tra chierici e laici”. Per questo rivendica, giustamente, la ripresa della “laicità” di Gesù Cristo, che potrebbe meglio unire il corpo ecclesiale, il popolo di Dio. In effetti, il Nuovo Testamento – in particolare la Lettera agli Ebrei – è abbastanza chiaro al riguardo. Soprattutto là dove si afferma che il sacerdozio di Gesù è alla maniera di Melchìsedek e non alla maniera di Aronne. Si tratta, quindi, di un sacerdozio nuovo, che non divide ma unisce l’umanità intera. Di questo sacerdozio “laico” la Chiesa dovrebbe essere segno e strumento in tutto il mondo. Va ribadito, a proposito, che Gesù non si è mai rivestito dei paludamenti sacri del sacerdozio levitico, non ha mai compiuto i riti sacerdotali della legge. E qui mi permetta una digressione. Trovo davvero strano, per non dire indecente, il vezzo di non pochi preti, anche giovani, di rivestirsi di “paludamenti” impropri – che non hanno nulla a che vedere con il sacerdozio di Cristo, proprio nelle occasioni in cui – come l’insediamento in una parrocchia – dovrebbero rivestirsi dei panni del Buon Pastore, Gesù Cristo, che “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo”.
Ebbene, da questa riacquistata consapevolezza della laicità di Gesù, non si può certo passare automaticamente, come lei sostiene, all’abolizione “sic et simpliciter” di ogni forma di “ordinazione sacerdotale o diaconale”. La riforma deve andare, invece, nella direzione di una liberazione dal sovraccarico sacrale e rituale, cui è stato sottoposto il sacerdozio dei preti e dei vescovi lungo la storia della Chiesa, a scapito del carattere e delle funzioni sacerdotali del popolo di Dio. Purtroppo i cristiani laici sono stati spossessati del loro carattere sacerdotale e i ministri ordinati se ne sono fatti carico in maniera esclusiva, sacralizzandolo e ritualizzandolo, perdendo così la radicale “laicità” del sacerdozio di Gesù Cristo. Il Concilio Vaticano II è andato giustamente in questa direzione, parlando del sacerdozio dei fedeli, ma ancora troppo spiritualisticamente, come se solo i preti e i vescovi fossero sacerdoti davvero. La riforma è stata appena abbozzata dal Concilio, bisogna guadagnare nuovi traguardi teologici, pastorali e strutturali, per il bene della Chiesa e del mondo.
Per quanto riguarda la rinuncia allo Stato Città del Vaticano, mi pare sia più importante rinunciare ad alcuni privilegi rivedendo il Concordato, per adeguarlo alla riforma della Chiesa attivata da papa Francesco. Non oserei comunque definirla – come lei fa – la “madre di tutte le riforme”.
AUGURI A MONS. DANIELE GIANOTTI E A DON BRUNO BIGNAMI
Cei - Consiglio permanente
Roma, 24-26 settembre 2018
La Direzione e la Redazione della rivista hanno appreso con soddisfazione la nomina del vescovo di Crema, Daniele Gianotti, autore della nostra rubrica “Ultima di MO”, a membro della Commissione episcopale per l’educazione cattolica, la scuola e l'università; e di don Bruno Bignami, da molti anni membro del gruppo redazionale di Missione Oggi, a direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro. Ai due i nostri più cordiali auguri per il loro nuovo servizio alla Chiesa italiana.







