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29 DICEMBRE ‘96: IL GUATEMALA FIRMA LA PACE

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Dossier a cura della Asociación Chajulense Va’l Vaq Quyol, El Quiché, Guatemala.

Il 29 dicembre 1996 è una data storica per i popoli del Guatemala: è stato firmato “l’accordo di pace definitiva e durevole”, che pone fine a 36 anni di guerra civile.

Il Guatemala è un paese del Centroamerica, a cui l’opinione pubblica internazionale non ha mai prestato molta attenzione.  Al suo dramma i mass media non hanno dato la rilevanza riservata, ad esempio, al Nicaragua e  al Salvador.   Come disse il guatemalteco Miguel Angel Asturias, premio Nobel 1967 per la letteratura, “il Guatemala è l’eterno dimenticato”.

Con un’estensione di 108.889 Km² e una popolazione di oltre 10 milioni, è il paese centroamericano che ha più gruppi etnici discendenti dagli antichi Maya; esistono anche altri piccoli gruppi chiamati Xinca e Garifuna. Pur essendo la maggioranza della popolazione, tutti questi gruppi etnici sono sempre stati emarginati e hanno sofferto un continuo sfruttamento da parte dei successivi detentori del potere:  questi sono sempre stati l’espressione della oligarchia che aveva ereditato e rafforzato i lasciti coloniali.

Nelle pagine che seguono ci proponiamo di fissare il nostro sguardo soprattutto sulle popolazioni autoctone, non solo perché ne facciamo parte, ma anche perché è tra queste che la guerra si è installata, trascinando le comunità in un vortice di repressione e di violenza.

“La grande peste” l’hanno definita gli abitanti, per spiegare la catastrofe che si era abbattuta sulle loro case.

Gli effetti della “grande peste” non furono solo dei morti, ma tali da rivelare una vera e propria volontà di genocidio e di etnocidio, ricercato attraverso vessazioni, massacri, distruzione dei villaggi, sparizioni delle persone, torture e esecuzioni senza processi: tutti delitti di lesa umanità.

Non tutto è andato perduto, sotto le  ceneri  la brace è sempre rimasta viva; ad un soffio, la fiamma si è levata con nuovo vigore.  Le comunità sono riuscite a mantenere la coesione e in questo modo sono state capaci di ricostruirsi una nuova identità: hanno compiuto una positiva evoluzione per far fronte, a livello collettivo, ai gravi fatti che li colpivano.  Molte piccole esperienze di resistenza alla militarizzazione, di lotta per rivalutare la propria cultura e di ricerca di nuove forme di organizzazione sociale, sono chiare manifestazioni dell’esistenza di questo tessuto vitale.

Da tutta questa sofferenza sono sorti fermenti di vita nuova.

L’immenso cumulo di dolore ha avuto per risultato non di bloccare la vita, ma paradossalmente di fertilizzare la terra e renderla capace di germogliare di nuovo.

  • MIGUEL TZOY TUM, Coordinator.
  • ROSOLINO BIANCHETTI, Asesor.

  



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