DARE UN’ANIMA ALLA POLITICA
Presentazione del libro di Bruno Bignami, Dare un’anima alla politica, San Paolo, Cinisello Balsamo 2024, pp. 254, € 24,00
La lettura di questo libro è senz’altro avvincente: è ben scritto e ricco di testimonianze appassionate e credibili. È il frutto della testa e del cuore di un intellettuale cattolico militante, attento alla dimensione storica delle trasformazioni della nostra società e della nostra politica. Ma il mio compito è maieutico e non elogiativo. Per questo dirò qualcosa delle molte domande, che il saggio di Bruno ha scatenato dentro di me.
1. Il titolo: «Dare un’anima alla politica». È un’espressione di M. Eletta Martini (p. 132): per i cristiani, ma in realtà per tutti i cittadini «la politica non è terreno sconsacrato […]. Occorre un supplemento di energia, di fede, di onestà, di capacità creativa», perché oggi la politica sia a servizio dell’uomo e non viceversa. Di qui la domanda, che mi ha guidato nella lettura del saggio: in che cosa consiste l’anima della politica nei paesi in cui la democrazia è basata sul principio costituzionale della rappresentanza e si connota per un pluralismo politico sempre più accentuato, spesso legato a interessi extrapolitici, che inclina pericolosamente la nave verso l’ingovernabilità? Oggi è il caso di Francia, Germania, Belgio, Olanda: non sono democrazie da quattro soldi! Sfogliando le prime pagine del libro, mi sono subito imbattuto nella prefazione del card. Matteo Zuppi, «Al cuore della democrazia». Lì si dice che il cuore della democrazia è l’etica della fraternità (p. 9): il cuore della democrazia è semmai il buon governo, realizzato attraverso la partecipazione popolare delegata e leggi giuste e efficaci. Parole come «anima» e «cuore» fanno riferimento al bisogno indilazionabile delle democrazie odierne di ritrovare la propria identità e ci ripropongono di continuo la domanda: che cos’è l’essenza della democrazia? Nei tempi moderni si è diffusa la definizione che ne diede il presidente Abramo Lincoln nel 1863 a Gettysburg, inaugurando un cimitero militare: è «l’idea di un governo di popolo, dal popolo, per il popolo». Invece nella tradizione filosofica greca, in particolare per Platone, la democrazia è «isonomia», ovvero governo delle leggi. Oggi qualunque discorso sull’anima della politica e sul cuore della democrazia deve dichiarare preliminarmente come intende coniugare questi due principi: la sovranità popolare e la legalità. Non è solo un problema di etica individuale o sociale. È la questione politica per eccellenza, che tocca la genesi del potere e i criteri oggettivi e pubblici, che regolano i processi decisionali. L’esperienza profetica del cattolicesimo democratico italiano – che Bruno racconta benissimo in questo libro – e la deludente stagione democristiana ci suggeriscono di abbandonare il concetto di democrazia come ideale storico concreto, per dirla con Jacques Maritain.
2. Il rapporto tra politica e democrazia. Tra i molti e importanti problemi di cui si occupa il tuo libro, questo mi sembra quello decisivo, che viene affrontato nei primi due capitoli: «Voi siete tutti fratelli» (pp. 17-47) e «Quali legami ho costruito?» (pp. 49-85). Mi concentro anzitutto sul secondo capitolo, che dal mio punto di vista è l’architrave di tutto il libro; e poi faccio una breve osservazione sul primo. Tu apri il discorso sulla democrazia con una citazione del teologo tedesco Romano Guardini, che ben fotografava l’ingovernabilità della neonata democrazia di Weimar: «Nella realtà politica, oggi, riesco a vedere [...] solo caos» (p. 49). È passato un secolo esatto, ma se pensiamo agli ultimi dieci vent’anni della vulnerabile democrazia italiana, o anche solo ci concentriamo sulle sue vicende grottesche di questi mesi... Di fronte a questa crisi ciclica della forma democratica della politica, la domanda di Bruno è: che cosa dobbiamo fare? soprattutto come cristiani. Risposta: dare un’anima alla politica, camminando sulle orme di «artigiani di comunità» (pp. 227-236) innovatori e lungimiranti: Tina Anselmi e M. Eletta Martini (pp. 103-145), Giuseppe Dossetti (pp. 147-169), Giorgio La Pira (pp. 171-195), David Sassoli (pp. 197-225). La mia domanda è invece: che cosa possiamo ancora pensare e sperare? soprattutto come cittadini. Prima di evidenziare le nostre differenze di approccio, desidero mettere sul tavolo le nostre convergenze di prospettive, tra cui spicca anzitutto l’istanza di sviluppare processi di «democrazia partecipativa» (pp. 77, 163, 189, 218, 230-231), che procedono dal basso verso l’alto. Ancora, la politica democratica richiede coscienze formate (pp. 66 e 127), persone competenti e capaci di immaginazione e di progettualità (pp. 73-74). Infine, siamo entrambi assertori convinti della fragilità della democrazia come forma di governo (pp. 84, 103, 145), che Bruno sintetizza con una frase suggestiva di Tina Anselmi – ricordiamolo: coraggiosa presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia P2 (pp. 135-137) – che merita di essere letta per intero: «La democrazia è un bene delicato, fragile, deperibile, una pianta che attecchisce solo in certi terreni, precedentemente concimati» (p. 103). Ecco, sul come arrivarci le nostre strade divergono un poco. In base al principio dell’antica Grecia che recita: se uno non sa governare se stesso e la propria famiglia, come riuscirà a governare la polis? (p. 72), Bruno sostiene che la qualità della democrazia dipende dalle virtù morali e politiche di chi è attivamente impegnato in essa. La democrazia vive e supera le sue crisi grazie all’idealismo (ai limiti dell’utopia) dei suoi protagonisti (pp. 73-74): La Pira, Dossetti e moltissimi altri, spesso illustri sconosciuti ai più. A questo proposito, mi sento di osservare che, se vuole essere matura e camminare sulle proprie gambe, la politica democratica deve sviluppare una propria razionalità progettuale, la quale non può essere figlia di un’etica determinata, ma deve scaturire dalla ricerca di convergenze significative tra le differenti etiche che convivono – e spesso anche confliggono – nelle società pluraliste europee odierne. Ma non siamo su strade troppo diverse. Per me è una questione di speranza; per Bruno, di responsabilità; per entrambi, l’essenziale è ripristinare nella politica la sua autonoma capacità di pensare e dunque di costruire e riformare continuamente la società. Questo è un affare che ci riguarda tutti e non può essere delegato a pochi. Aggiungo un’altra osservazione. Se oggi le democrazie europee sono così fragili, dipende solo in parte dal grado di maturità etica delle persone che vi lavorano come decisori, rappresentanti dei cittadini, funzionari. Questa fragilità dipende molto di più dalle leggi, che si preoccupano troppo poco di fissare principi di selezione del personale politico, e dalle istituzioni che non valorizzano adeguatamente la politica di base come palestra di formazione per le nuove generazioni: l’ottima Legge Severino (6 novembre 2012, n. 190) non basta. Come ha evidenziato il recente reportage di Fanpage sui circoli di Gioventù Nazionale,[1] oggi l'apprendistato politico non si svolge più nella normale dialettica politica di base, ovvero mediando conflitti ideologici e differenze di progettualità presenti nel proprio territorio, per tendere così a realizzare iniziative che siano nell’interesse di tutti: di chi è già cittadino e di chi non lo è ancora. Al contrario, i giovani vengono tenuti lontano da tutto ciò e chiusi sotto la campana di vetro dell’ideologia e dell’indottrinamento cameratistico. Questa non è una carenza etica delle persone – i dirigenti di Gioventù Nazionale, come lascia intendere l’inchiesta di Fanpage – ma è un problema strutturale della nostra politica, che si sta lentamente trasformando in post-democratica e post-costituzionale.
3. Chiesa cattolica e democrazia. È il momento di sviluppare alcune considerazioni sul primo capitolo «Voi siete tutti fratelli», a cui ho alluso all’inizio. In linea con il Magistero Sociale Cattolico e con il pensiero di Jacques Maritain, suo riferimento filosofico moderno, Bruno pensa la democrazia come una forma derivata. Essa prende forma dalla fraternità, che è il «paradigma politico» (p. 17) entro cui la democrazia non è solo possibile, ma deve essere costruita. Ciò comporta inevitabilmente un giudizio di valore a priori: c’è una «migliore politica» (p. 39 – FT 165) e – ça va sans dir – una peggiore politica e, nel mezzo, una politica fragile, mediocre, deludente. Se invece si accetta (anche da parte di noi cattolici) il principio moderno dell’autonomia della ragione politica, il giudizio può essere solo a posteriori e si configura come un giudizio sull’efficacia, perché la ragione politica è chiamata a misurare l’adeguatezza alla realtà sociale e economica delle istituzioni, dei progetti e dei correttivi che essa ispira e realizza. E allora non c’è una politica buona e una cattiva, ma solo una politica emergenziale e una lungimirante, oppure una politica generativa e una clientelare, e così via. Non sono sicuro che nella Dottrina Sociale Cattolica la fraternità possa essere trattata come un paradigma politico: semmai è un paradigma etico, che ha anche conseguenze politiche, come le ha sul piano ecclesiologico, o su quello economico, o su quello giuridico. In particolare – l’ho argomentato in due saggi recenti (Rivista di Teologia dell’Evangelizzazione, fascicoli 48/2020 e 50/2021) – nel magistero di papa Francesco la fraternità non è un paradigma politico, ma antropologico: è una visione dell’uomo, che risale allo zoon politikon di Aristotele e assume una forma moderna impregnandosi con il pensiero utopico di Thomas More e con quello politico di Jacques Maritain e attraversando l’umanesimo di Erasmo da Rotterdam. Se si vuole parlare, nel bene e nel male, della democrazia, come forma politica oggi più adatta a governare i cambiamenti, bisogna partire dalla razionalità che la ispira e solo successivamente riflettere sui modelli di uomo che essa presuppone, costruisce, comunica. Per questo mi parrebbe più logico invertire l’ordine dei primi due capitoli. Prima: che cos’è la democrazia? Poi: quali antropologie e etiche la ispirano? Altrimenti si rischia che la democrazia sia intesa come un accessorio dell’agire politico moderno, quando invece ne costituisce la sostanza. Tanti, ma proprio tanti anni fa, mentre frequentavo il corso di Teologia politica tenuto da un professore allora semisconosciuto – Camillo Ruini – mi chiedevo spesso perché il Magistero Sociale Cattolico universale recente facesse fatica non tanto a dire la parola «democrazia», quando a misurarsi con il pensiero politico che essa veicola.[2] La questione è teologica: se vogliamo che il pensiero cattolico entri nel vivo del dibattito pubblico (almeno a livello italiano e europeo), non ci possiamo accontentare di sacrosanti richiami etici, necessari sì ma non sufficienti. In quanto comunione di vita, di pensiero e di azione tra fedeli, pastori e teologi, la chiesa cattolica è chiamata a dire che cosa intende quando pronuncia la parola «democrazia», spiegandone il significato esigente e in certo modo profetico. Per fare questo, occorre attivare un franco e costruttivo dibattito interno alla Chiesa, che coinvolga intellettuali, politici e tanti altri cristiani impegnati attivamente nella società. Sarebbe ora di raccogliere l’invito che il card. Carlo M. Martini rivolse alla sua Chiesa milanese con la lettera pastorale Effatà (1991), quando sollecitava la formazione di un’opinione pubblica tra i cattolici su questioni che non riguardano direttamente la dottrina rivelata, ma l’ortoprassi credente. Il libro di Bruno contiene importanti sollecitazioni che potrebbero alimentare un dibattito in tal senso. Le richiamo rapidamente:
1) «La democrazia si fonda sulla possibilità offerta a tutti di partecipare. La ragione è che tutti sono competenti sui legami sociali». Occorre perciò investire sui «corpi intermedi», grazie ai quali «la cura del legame» può uscire dal suo affanno e progettare il futuro con concretezza e lungimiranza. Costruendosi come il luogo in cui le domande dei cittadini s’incontrano con le risposte delle istituzioni (e viceversa), «la democrazia diviene una forma concreta di uguaglianza» (pp. 230-233).
2) «La democrazia è un bene prezioso e anche fragile». Per tutelarla e prevenire la sua autodisgregazione, tre sono i valori politici che vanno coltivati e diffusi: «il pluralismo, l’inclusione e la partecipazione attiva». Solo così essa resisterà all’assalto dei suoi più pericolosi «nemici»: «nazionalismo, populismo, autoritarismo» (pp. 218-220).
3) La democrazia è chiamata a essere non soltanto partecipativa, ma a diventare anche sociale ponendosi a «tutela delle classi sociali più povere» (p. 199). Solo così sarà libera dalla deriva decisionista e oligarchica (p. 135).
4) Come la Chiesa, così la democrazia è guidata da un’antropologia comunitarista. Entrambe sono sistemi che necessitano di una continua autoriforma, guidata dai loro rispettivi principi fondativi. Per passare da formale a sostanziale, tanto la Chiesa quanto la democrazia hanno bisogno di garantire «a ciascuno la possibilità di espansione spirituale ma anche fisica del suo essere» (pp. 164-165). Senza un’etica delle capacità (M. Nussbaum) e senza politiche di contrasto alle diseguaglianze (Costituzione della Repubblica Italiana, art 3,2), la democrazia zoppica e cade (p. 132).
5) Quale nesso c’è tra democrazia e pace? Senza «la cultura della pace e della vita» e senza la consapevolezza della «dimensione mondiale dei problemi» (p. 128) le armi della democrazia sono inefficaci e essa per sopravvivere dovrà ricorrere a altre armi ben più letali, distruttive della pace, della vita e della stessa società democratica.
4. Uno sguardo di speranza. E allora che fare? Serve «un nuovo pensiero forte, teorico, articolato nelle diverse scienze umane, un nuovo pensiero economico, un nuovo pensiero giuridico, un nuovo pensiero sociale e un nuovo pensiero filosofico». Facendo proprie queste parole di Giuseppe Dossetti – monaco e non più politico – Bruno lancia la volata verso il traguardo di una democrazia partecipativa e sociale, sempre bisognosa di riforma e capace di educare i cittadini alla responsabilità politica. Non importa chi taglierà per primo il traguardo. Importa che accettiamo la sfida. Siamo anche noi convinti, come Dossetti, che «è bello vivere in questa età perché il Signore ci sta tirando il collo» (p. 168).
[1] https://www.fanpage.it/backstair/story/gioventu-meloniana-inchiesta-su-giovani-di-fdi/
[2] Su questo tema, i luoghi più rilevanti del MSC universale recente mi paiono i seguenti:
Pio XII, Radiomessaggio natalizio, 24 dicembre 1944. L’ermeneutica di questo discorso epocale non può non tener conto del contesto bellico e delle ideologie totalitarie e di quelle liberiste (democrazia come pura forma) che lo hanno causato.
Paolo VI, Octogesima adveniens 47: «Sebbene talvolta si impongano dei limiti, questi ostacoli non devono rallentare una più diffusa partecipazione al formarsi delle decisioni, come alle stesse scelte e al loro tradursi in atto. Per creare un contrappeso all'invadenza della tecnocrazia, occorre inventare forme di moderna democrazia non soltanto dando a ciascun uomo la possibilità di essere informato e di esprimersi, ma impegnandolo in una responsabilità comune. I gruppi umani così si trasformano a poco a poco in comunità di partecipazione e di vita. La libertà, che si afferma troppo spesso come rivendicazione di autonomia opponendosi alla libertà altrui, si sviluppa così nella sua realtà umana più profonda: impegnarsi e prodigarsi per costruire solidarietà attive e vissute».
Giovanni Paolo II, Centesimus annus 46: «La Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno. […] Un'autentica democrazia è possibile solo in uno Stato di diritto e sulla base di una retta concezione della persona umana. Essa esige che si verifichino le condizioni necessarie per la promozione sia delle singole persone mediante l'educazione e la formazione ai veri ideali, sia della “soggettività” della società mediante la creazione di strutture di partecipazione e di corresponsabilità». Ivi, 47: «Si assiste oggi al prevalere, non senza contrasti, dell'ideale democratico, unitamente ad una viva attenzione e preoccupazione per i diritti umani. Ma proprio per questo è necessario che i popoli che stanno riformando i loro ordinamenti diano alla democrazia un autentico e solido fondamento mediante l'esplicito riconoscimento di questi diritti».
Francesco, Fratelli tutti 157: «La pretesa di porre il populismo come chiave di lettura della realtà sociale contiene un altro punto debole: il fatto che ignora la legittimità della nozione di popolo. Il tentativo di far sparire dal linguaggio tale categoria potrebbe portare a eliminare la parola stessa “democrazia” (“governo del popolo”). Ciò nonostante, per affermare che la società è più della mera somma degli individui, è necessario il termine “popolo”. La realtà è che ci sono fenomeni sociali che strutturano le maggioranze, ci sono mega-tendenze e aspirazioni comunitarie; inoltre, si può pensare a obiettivi comuni, al di là delle differenze, per attuare insieme un progetto condiviso; infine, è molto difficile progettare qualcosa di grande a lungo termine se non si ottiene che diventi un sogno collettivo».







