L’enorme sforzo economico che i vari organi dello Stato stanno compiendo non delineano un futuro diverso, come tante riflessioni e appelli nel pieno della pandemia lasciavano sperare. Lo “spirito costituente” tante volte auspicato è del tutto assente.
Certo sono positivi gli investimenti sulla sanità, che peraltro compensano solo in parte i tagli degli ultimi vent’anni. Così come la regolarizzazione per i lavoratori immigrati, che verificheremo nei fatti quanto incideranno sul lavoro nero nei campi e nelle nostre case, e che in ogni caso lasciano irrisolti i problemi creati dal “decreto Salvini”. Così come sono certamente utili il sostegno al reddito per chi lavora in imprese chiuse (il netto arriva a poco più della metà del salario) e il reddito d’emergenza per chi non ha nulla (che dura però solo pochi mesi).
Gli interventi realizzati non considerano mai il fatto che in questo periodo c’è chi non ha perso nulla (anzi i soli risparmi bancari sono cresciuti in questi tre mesi) e chi ha perso tutto. Addirittura chi faceva lo stesso lavoro si è trovato a non perdere nulla o tutto sulla base della realtà per la quale lavorava (a chi lavora nelle varie realtà dello Stato tutto a chi in convenzione nulla). Così come non è considerato il fatto che alcune imprese continuano a lavorare e a guadagnare (alcune molto) in questo periodo e altre sono chiuse. E a tutti indifferentemente vengono dati gli stessi benefici, come l’esonero del pagamento dell’Irap. Si fanno parti uguali tra diseguali. Lasciando al buon cuore delle imprese di andare con le loro offerte a sostenere (in alcuni casi anche generosamente) chi è in maggiore difficoltà.
Non si capisce il motivo per il quale quanto è chiesto, giustamente, all’Europa, in termini di solidarietà tra nazioni con ricchezze diverse, non valga all’interno dove la diseguaglianza delle ricchezze continua ad aumentare. Proprio nei giorni scorsi è stato reso pubblico il dato per il quale il lavoro dipendente sostiene con le imposte l’82 per cento del bilancio pubblico, pur avendo il 56 per cento della ricchezza complessiva (ovviamente non si considera l’enorme evasione fiscale). Non è impossibile attuare il principio costituzionale della solidarietà economica e sociale, bisogna volerlo. Ribadendo che la solidarietà fa bene a tutti non solo ad una parte, perché ci fa sentire uniti, una comunità, un noi. Lo richiede la stessa Costituzione per tutti, per dare uguali diritti ad ogni cittadino. Oggi sappiamo già che, se non si interviene presto, in autunno, terminando i vari ammortizzatori sociali, non riaprendo molte imprese, riprendendo sfratti e pagamento delle bollette, avendo i servizi ancora ridotti, si rischia una catastrofe sociale.
Manca una visione strutturale, non episodica, di interventi sul futuro delle famiglie e delle persone più fragili. Se rileggiamo i vari interventi di chi ha responsabilità politiche degli ultimi mesi, vediamo che le famiglie, i bambini, gli studenti, le persone con disabilità diverse, gli stessi immigrati, sono spariti dall’agenda. Possibile che ci siano protocolli dettagliati per riaprire i bar, i negozi, le imprese e non si sia riusciti a pensare come incontrare qualcuno degli, stimati, oltre due milioni di studenti che non si sono mai connessi con la scuola in questi oltre tre mesi (come sarà nei prossimi tre)? Non ci sono luoghi sicuri per incontrare uno o due studenti per volta in una scuola? Nemmeno nei prossimi mesi? Nemmeno all’aperto? E per i bambini più piccoli? È lasciato tutto al volontariato? E i tanti annunci per le famiglie? Ancora una volta è stato scaricato tutto su di loro e sulle mamme in particolare, prevedendo dei bonus, che compensano solo in parte il mancato reddito, senza diritti stabili e certi. E le scelte degli investimenti per il futuro? Le tante dichiarazioni sulla priorità alla salute, all’ambiente, alla ricerca, alla cultura, al sociale (“valorizzando le reti di solidarietà diffuse realizzate in questi mesi”) sono finite nel nulla.
Qui da noi si è ripartiti per gli investimenti dalla TI-BRE, dall’aeroporto per lo scalo merci, dalla stazione dell’Alta velocità in zona Fiera, e abbiamo scoperto anche l’avvio dei lavori per i magazzini Amazon. Ma non si dovevano avere investimenti diffusi sull’ambiente, le energie pulite, le piste ciclabili, una nuova mobilità sostenibile, recupero dei tanti alloggi pubblici vuoti, nuove strutture sociali più piccole e diffuse su base familiare, un recupero della sanità territoriale di quartiere, sostegno alle realtà sociali del Terzo settore, della Chiesa e di altre realtà che hanno reso questo periodo di minore solitudine e fatica? Tutte attività che richiedono molta occupazione, diffusa, nel rispetto delle storie locali e dell’ambiente. E che aiutano la partecipazione come cittadinanza attiva e responsabile. E attirano anche risorse della comunità. No, si è ripartiti con progetti energivori, enormi, dispendiosi, inquinanti e di, ancora, lungo periodo, con bassa occupazione, poco o nessuno coinvolgimento delle realtà locali, con scarsa attenzione all’ambiente (che ha ben mostrato in questi mesi cosa gli servirebbe per recuperare il suo ruolo anche per la nostra salute).
E la produzione bellica non è mai cessata (produzione essenziale?). Ma non è proprio possibile decidere di ridurre le spese militari (che nel 2019 sono arrivate nel mondo a 1900 miliardi di dollari)? Non potremmo cominciare a dare il buon esempio noi in Italia? Magari pensando anche a chi da questa crisi nel nostro comune pianeta sta addirittura peggiorando le sue condizioni di vita o continua a non vedere la cessazione delle guerre?
Bisogna rivedere le priorità e le modalità operative. Se non si ricomincia a lavorare in modo nuovo, con nuove finalità, anche produttive, se non si garantisce a chi non può lavorare stabilità e dignità nel reddito, se non si opera per proseguire socialmente le forme solidali che abbiamo visto all’opera in questo periodo, è facile prevedere, anche nelle nostre città, un autunno di conflitti sociali e di disperazione. Sarebbe bene che chi opera già accanto a chi è più in difficoltà avesse maggiore ascolto e, magari, possibilità di partecipazione alle scelte.
*Già pubblicato sul settimanale della Chiesa di Parma “Vita Nuova” (14 giugno 2020)






