LA PANDEMIA CORONAVIRUS IN COLOMBIA / DOPO PASQUA QUALE RISURREZIONE?
Il primo caso di contagio da Covid-19 in Colombia è stato confermato il 6 marzo scorso a Bogotá, proveniente dall’estero. Oggi, secondo l’Istituto Nazionale di Sanità, vi sono 1065 casi confermati, 39 guariti e, purtroppo, 17 deceduti. La città più colpita è la capitale Bogotá con 476 casi, seguita da Cali con 105. Il governo nazionale ha imposto il confinamento totale preventivo obbligatorio dal 24 marzo al 13 aprile, che verrà attenuato o aggravato a seconda dell’evoluzione della curva infettiva. Come dappertutto, preoccupa l’impatto socio-economico, sia del virus sia delle misure per contrastarlo.
Seguendo il modello italiano, il governo ha varato misure protettive a favore soprattutto delle frange più deboli della popolazione: nessuno sarà licenziato né sfrattato durante l’emergenza. Vi è un sussidio di disoccupazione. Sono stati sospesi i pagamenti dei servizi pubblici per le categorie sociali dipendenti dallo stipendio minimo mensile (circa 250 dollari). Naturalmente, tutte queste misure devono diventare effettive e, come in Italia, l’ingarbugliata burocrazia ostacola e ritarda tutto. Quindi, in un paese in cui il 60 per cento dell’occupazione è informale e dipende dall’economa giornaliera di strada, molti devono continuare ad uscire per far sopravvivere le loro famiglie. A ciò si aggiunge l’emergenza dell’immigrazione venezuelana che crea discriminazioni al momento di assegnare sussidi e bonus per il sostentamento. Dovrebbe beneficiarne chiunque si trovi sul territorio nazionale, a prescindere dalla nazionalità.
In sintesi, benché il livello di contagio e di decessi non sia ancora allarmante, in proporzione al numero di abitanti (48 milioni), le grandi domande sono: …e dopo Pasqua, di quale “risurrezione” potremmo parlare? E i poveri, i senza tetto, gli immigrati come saranno trattati in tempo di pandemia? Forse anche in Italia vi state ponendo le stesse domande.







