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ITALIANI ARMATI NEL SAHEL CON QUALI PROSPETTIVE? MEGLIO AMBASCIATORI COME ATTANASIO

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In questo mese di marzo un nuovo contingente militare italiano partirà per il Sahel, raggiungendo la missione internazionale Tabuka a guida francese. Scopo principale dell’invio: addestrare le truppe di Mali, Niger e Burkina Faso contro i gruppi armati jihadisti che ne minacciano la sicurezza. Il contingente italiano sarà composto da 200 militari, con veicoli e 8 elicotteri. L’invio è stato autorizzato dal Parlamento italiano nel mese di luglio scorso. Secondo il ministro delle Forze armate francesi, Florence Parly, non sarà però solo una missione di addestramento, ma anche di accompagnamento sul campo delle forze locali. All’iniziativa hanno aderito anche Svezia, Repubblica Ceca, Estonia, Danimarca, Portogallo, Grecia, Belgio, Olanda. Estoni, cechi, greci, britannici e svedesi sono già sul posto. Mentre i francesi sono presenti dal 2014 con l’operazione Barkhane. 

ENORME SCHIERAMENTO DI FORZE 

La Barkhane conta attualmente 5.100 militari, con veicoli logistici, blindati, droni, 6 aerei da combattimento, una decina da trasporto e una ventina di elicotteri. Britannici, estoni e danesi si sono aggiunti nel 2018. L’operazione si avvale anche dell’apporto logistico di droni statunitensi, che forniscono informazioni di intelligence. Gli altri paesi europei si sono però orientati su iniziative multilaterali: l’Eutm (Missione europea di formazione dell’esercito del Mali), con presenza anche italiana; l’Eucap-Sahel (Missione europea di sostegno alle forze di polizia locali); la Minusma (Missione dell’Onu per la stabilizzazione del Mali), con 14.438 unità; la Misin (Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger), dal 2018 completamente italiana, con 295 unità. Malgrado questa militarizzazione del Sahel, il fenomeno jihadista non accenna a diminuire. A queste iniziative multilaterali bisogna aggiungere la creazione nel 2017, voluta da Parigi, del G5-Sahel (Mauritania, Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad), che dovrebbe dar vita a una forza congiunta di 5000 unità. Finora però solo il Ciad ha fornito 1200 militari, che sono stati schierati nella zona delle “Tre frontiere” (Mali, Burkina Faso e Niger). Anche il Canada offre un sostegno logistico puntuale alla Francia, con il trasporto aereo e pochi militari. Ciò nonostante, da una decina d’anni, secondo quanto ha dichiarato al settimanale francese Le Point Nicolas Normand, ex-ambasciatore in vari paesi dell’Africa, la situazione nel Sahel continua a peggiorare. Nel 2020 sono stati registrati circa 4250 morti, vittime dei gruppi estremisti. 

I GRUPPI JIHADISTI NEL SAHEL

È dal 2000 che il terrorismo jihadista si è infiltrato nel Sahel, praticamente dalla fine della guerra civile in Algeria, che ha portato una grande instabilità in tutta l’area. Nel 2007 fa la sua comparsa il Gspc (Groupe salafiste pour la prédication et le combat), poi diventato Aqmi (Al-Qaïda au Maghreb islamique), che si sostiene con i sequestri, il narco traffico e il traffico d’armi. Nel 2011 arrivano dalla Libia gruppi di Tuareg, a causa della crisi scoppiata in Libia e la divisione del paese. Dal 2015 la deriva jihadista raggiunge il Burkina Faso e il Niger. L’insicurezza aveva già toccato il Sahel meridionale con gli attacchi di Boko Haram in Nigeria, passando poi in Niger, Ciad e Camerun, causando circa 23mila morti. 

Il Mali è il paese più fragile del Sahel. Dal 2017 sono due i principali gruppi jihadisti attivi: il Gsim (Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani), i cui affiliati sono circa un migliaio e l’Eigs (Stato islamico del Grande Sahara), i cui effettivi sono circa 500. L’Eigs è considerato il più violento, soprattutto verso le popolazioni locali. La Francia punta a decapitarlo. Il Gsim sta diventando la maggior forza della galassia Aqmi. È composta in gran parte da Tuareg, berberi e non arabi. L’Eigs è più presente nell’area delle “Tre frontiere. 

LA SOCIETÀ CIVILE NON CI STA

Nella società civile del Sahel si fa sempre più forte la critica nei confronti della presenza di eserciti stranieri, come nel caso del Mali, dove l’imam Mahmoud Dicko ha avuto un grande ruolo nella mobilitazione popolare per chiedere le dimissioni del presidente Ibrahim Boubacar Keita nel giugno scorso. In Bourkina Faso il sentimento antifrancese è sempre più forte soprattutto nella popolazione giovane, che rivive, con la presenza delle forze francesi, i riflessi anticoloniali ispirati al grande statista Thomas Sankara, sempre molto popolare. Ma il governo ha dovuto far ricorso più volte alla Barkhane per rispondere agli attacchi jihadisti.

Anche i vescovi del Burkina Faso e del Niger sono preoccupati per gli attacchi terroristici, che stanno prendendo sempre più una piega religiosa, con il rapimento e la morte di religiosi cristiani e musulmani. Anche i luoghi di culto non sono risparmiati. È in atto una strategia del terrore che semina paura e desolazione tra la popolazione, obbligandola ad abbandonare le proprie terre e case per mettersi in salvo. In questa situazione, i vescovi considerano importante accompagnare le popolazioni aiutandole a vivere insieme, con l’apporto positivo sia dei leader musulmani sia dei capi tradizionali.

Dal canto suo, il missionario italiano Mauro Armanino, SMA (Società delle Missioni Africane), in Niger, esprime bene su Il fatto quotidiano il sentimento generale: “Vendiamo la nostra sovranità di cittadini alle multinazionali, ai paesi del Golfo, alla Turchia, all’Ue e agli Stati Uniti. I guerrafondai prosperano sempre nei tempi di crisi sociale, specie quando i legami sociali sono spezzati e la sovranità del popolo evacuata. I gruppi terroristi armati, i mercenari, i fabbricanti d’armi e i militari creano nel Sahel le condizioni per una guerra senza fine”.

QUALI PROSPETTIVE?

Molti analisti concordano nel dire che l’aumento dei dispositivi militari non ridurrà l’insicurezza nella regione. Qualcuno addirittura afferma che l’incremento dell’apparato militare non farà che aumentare la violenza e la resistenza dei gruppi jihadisti, che hanno già provocato la migrazione forzata di più di due milioni di persone, secondo l’Onu. Per diminuire la tensione bisogna rafforzare gli Stati, con riforme profonde, che migliorino la governabilità, diminuendo la corruzione, ascoltando i bisogni della popolazione, impegnandosi in un grande sforzo di sviluppo. Le forti disuguaglianze provocano conflitti e violenze senza fine. Troppo poche le energie mobilitate per lo sviluppo, troppe quelle investite nella militarizzazione del territorio. È ormai chiaro che questi interventi militari internazionali hanno come obiettivo principale fermare i flussi migratori in Europa, frenare il terrorismo jihadista, in cambio delle ricchezze minerarie del Sahel. Quale sarà la posizione dell’Italia in questo drammatico scenario geopolitico? Anziché uomini armati non sarebbe meglio inviare nel Sahel ambasciatori come Attanasio?



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