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IN MEMORIA DEL CARD. TUMI, UOMO DEL DIALOGO FINO ALLA MORTE

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Il 3 aprile, Sabato Santo, è morto il card. Christian Wiyghan Tumi, arcivescovo emerito di Douala, capitale economica del Camerun. Ne ha dato notizia, nella vigilia di Pasqua, il suo successore, mons. Samuel Kléda. Tumi, 91 anni, è stato una delle voci più ascoltate della Chiesa cattolica africana, non solo del suo paese. La sua autorevolezza morale ha oltrepassato i confini del Camerun, testimoniando il valore e l’influsso del cristianesimo africano nelle diverse società civili del continente. Originario di un villaggio, Kikaï Kela’ Ki, dov’era nato il 15 ottobre 1930 nel dipartimento di Bui, vicino al capoluogo Kumbo, regione anglofona del Nord Ovest del paese. A 36 anni viene ordinato presbitero; il 6 dicembre 1979 è nominato vescovo da Giovanni Paolo II e, a 55 anni, arcivescovo di Garoua, nel Nord del paese, regione a prevalenza musulmana, dove si distingue per numerose iniziative di dialogo. A 58 anni, nel 1980 viene creato cardinale e nel 1991 arcivescovo di Douala. Il suo primo compito, come pastore di questa Chiesa locale, è stato il rafforzamento della sua coesione interna, lacerata da divisioni tribali, ma anche la promozione socio-economica del territorio, attraverso la costruzione di ospedali, scuole primarie e secondarie e persino di un’università, “S. Girolamo”. 

Dopo 43 anni di servizio pastorale come presbitero e come vescovo, nel 2009, per raggiunti limiti di età, diventa arcivescovo emerito di Douala, continuando però ad essere uno dei punti di riferimento per la soluzione della crisi politica nella parte anglofona del paese, di cui era originario. Si preoccupò incessantemente di individuare piste per la soluzione del conflitto che divide il paese. Mediatore infaticabile tra i ribelli delle province anglofone del Nord Ovest e del Sud Ovest e il governo centrale di Yaoundé, anche se non apertamente riconosciuto dal governo, godeva di un ampio margine di manovra, conquistato più per autorevolezza personale che per un incarico delle autorità del paese. I ribelli anglofoni lo hanno persino rapito, per avere un colloquio prolungato con lui, affinché potesse spiegare le loro posizioni al paese. Per lo più incompreso dal governo, che lo sospettava di collusione con i ribelli, e per certi versi non compreso nemmeno da alcuni gruppi di ribelli, che lo consideravano troppo legato al potere centrale, Tumi merita di essere ricordato come l’uomo che ha sempre cercato la via del dialogo per risolvere il conflitto. Voleva far conoscere le richieste dei ribelli e nello stesso tempo reclamava dal governo l’ascolto dei ribelli. La crisi, secondo lui, era dovuta soprattutto alla mancanza di dialogo e di ascolto reciproco. Una mancanza di dialogo pagata al caro prezzo di oltre 3500 morti, 700mila sfollati e 800mila ragazzi e giovani privati della scuola da ormai quattro anni. 

La sua idea di una conferenza di tutti i protagonisti delle regioni anglofone non è andata in porto, per le resistenze del governo centrale, ma ha perlomeno favorito la convocazione del “Grande Dialogo Nazionale” tra tutte le forze vive del paese per un’uscita dalla crisi. La principale proposta emersa dal Grande Dialogo è stata di riconoscere uno statuto speciale alle regioni del Nord Ovest e del Sud Ovest. Una soluzione-compromesso tra il centralismo difeso dal presidente Paul Biya e il federalismo voluto dai ribelli. Non coincideva esattamente con il progetto iniziale del Camerun – un paese e due nazioni –, ma si era finalmente imboccata una buona strada. Nell’intervista trasmessa da una tv privata il 17 novembre 2020, ultimo intervento pubblico del cardinale, Tumi sottolineava con un certo ottimismo i progressi fatti verso la pace, elencando i punti sui quali bisognava ancora lavorare. Alla fine esprimeva un desiderio, rimasto finora inascoltato: “Basterebbe che Paul Biya lo volesse, la pace ritornerebbe!”. «Le prese di posizione del cardinale raramente sono state tenere nei confronti del potere. Difendeva il suo diritto alla costruzione della “Casa Camerun”», ha scritto il giornale Cameroun Tribune, vicino al governo, il 5 aprile 2021. Ci auguriamo che l’ultimo soffio di vita emesso dal card. Tumi, simbolicamente raccolto nel motto “un solo paese che si chiama Camerun”, possa facilitare il ritorno della pace in Camerun.



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