EGITTO / L’IPOCRISIA DELLA POLITICA SU GIULIO REGENI
Più i nostri rapporti con l’Egitto vengo intensificati più forte è la pressione che possiamo esercitare sull’Egitto. Questa è in sostanza la tesi sostenuta dal capo del governo Giuseppe Conte nell’audizione notturna di ieri davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni. Doveva riferire in particolare della sua telefonata del 7 giugno al presidente egiziano al-Sisi, durante la quale aveva parlato della morte di Regeni, seguita da un Consiglio dei ministri in cui veniva autorizzata la vendita di 2 navi militari, le fregate Fremm per un valore di 1,2 miliardi di euro. Una decisione che, dopo la reazione indignata dei genitori di Giulio Regeni, in molti si sono affannati a smentire, come il ministro degli esteri Di Maio che dice che la decisione non è ancora definitiva.
Tutto ciò non fa che aumentare l’ipocrisia della classe politica italiana. Qualche dato: Giulio Regeni è stato sequestrato il 25 gennaio 2016 dal Cairo ed è stato ritrovato assassinato il 3 febbraio. Nello stesso anno l’Italia ha venduto armi per 7,1 milioni di euro (37,6 l’anno precedente), nel 2017 l’export sale di poco (7,4 milioni), poi una progressione strabiliante: 69,1 milioni nel 2018 e 871,1 nel 2019, cifra che pone l’Egitto al primo posto dell’export di armi italiane. Quale mezzo di pressione l’Italia può avere se l’Egitto è il nostro principale partner militare? E per fortuna che Conte ha affermato ieri che i rapporti con il Cairo non si sono potuti dispiegare appieno a causa del caso Regeni, altrimenti chissà che cifre avremmo raggiunto. Dal canto suo il ministro Di Maio dovrebbe sapere che, approvata o meno la vendita delle fregate, la trattativa c’è e va avanti; si parla di commesse per un valore complessivo di 9 miliardi in più anni.
Ma non è finita. Noi armiamo al-Sisi che in Libia sostiene il generale Haftar, il rivale del governo internazionalmente riconosciuto di al-Serraj, ufficialmente sostenuto dall’Italia e armato dalla Turchia. Chissà se il ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ricevendo oggi il ministro Di Maio ad Ankara gli ha fatto presente questa contraddizione lampante? E chissà come si sente il contrammiraglio Ettore Socci, comandante della missione Ue destinata a far rispettare l’embargo sulle armi in Libia (Irini) nel sapere che dall’Egitto arrivano armi ad Haftar, anche via nave al di fuori delle acque in cui opera la missione Irini?
Durante l’audizione Conte non ha mai pronunciato la parola “fregate”, ha invece insistito molto sulla ripresa della collaborazione giudiziaria tra Italia e Egitto con il prossimo incontro a distanza del 1° luglio, delle procure di Roma e del Cairo, dopo un anno di sospensione. Per l’indagine giudiziaria, che ha già individuato 5 autori del sequestro, è essenziale che il Cairo comunichi il domicilio dei 5 sospetti cui notificare l’accusa per un eventuale processo in contumacia.
Alla luce di questi fatti e risultati c’è da chiedersi il senso delle prese di posizione di tanti esponenti istituzionali se poi la politica prendeva altre strade. Una vera e propria presa in giro non solo della famiglia Regeni ma di tutti gli italiani. Più onesti, da questo punto di vista, i numerosi think tank nostrani che senza ambiguità sostengono l’interesse nazionale nel mantenere vive le relazioni commerciali e militari con l’Egitto. Il Cairo è infatti una pedina fondamentale nel Mediterraneo sia per la questione libica che per combattere il terrorismo. Qui però i think tank pensano male. Proprio l’Egitto è un caso di scuola relativo al terrorismo fondamentalista che si è alimentato in questi decenni, fin da Sadat e Moubarak, delle forti disparità sociali ed economiche provocate dalla dittatura e dalla mancanza di libertà. La stessa situazione nell’Egitto di al-Sisi.






