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CONGO RD / RAPPORTO DI AMNESTY INTERNATIONAL 2015-2018

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Nel suo Rapporto République démocratique du Congo. Sans suite! Pas de justice pour les victimes de la répression brutale de 2015-2018 (Congo RD. Senza seguito. Nessuna giustizia per le vittime della repressione brutale dal 2015 al 2018), pubblicato il 16 giugno 2020, Amnesty International enumera 320 persone uccise, 3.500 feriti e più di 8mila persone arrestate arbitrariamente, soprattutto nella capitale Kinshasa. Il Rapporto sottolinea il tema scottante della brutalità dell’intervento della polizia e delle forze dell’ordine con uno sproporzionato uso della forza nei confronti dei manifestanti. Questa brutalità è descritta come strumento di repressione nell’interminabile crisi politica attraverso l’elencazione delle sue tappe essenziali, culminate nell’uccisione di molti cittadini congolesi:

  • gennaio 2015, quando le forze dell’ordine hanno ucciso più di 42 manifestanti, ferito più di 200 persone, arrestato arbitrariamente alcune centinaia;
  • settembre 2016, quando le Nazioni Unite hanno denunciato almeno 53 persone uccise, 143 ferite e 299 arrestate;
  • dicembre 2016, quando sono state uccise 40 persone, 147 ferite e 917 arrestate arbitrariamente, sempre secondo le Nazioni Unite;
  • tra dicembre 2017 e febbraio 2018, quando durante le marce pacifiche organizzate dal Clc (Comitato laico di coordinamento) della Chiesa cattolica, le forze dell’ordine hanno sparato pallottole vere sui manifestanti pacifici, uccidendo 17 persone, ferendone almeno 160 e arrestandone arbitrariamente più di 400. 

Il Rapporto denuncia il ricorso sistematico ad un uso eccessivo, persino letale, della forza da parte delle forze dell’ordine, spesso su mandato delle autorità. Inoltre, l’incapacità delle autorità di dar corso alle doverose inchieste su questi crimini e altre violazioni gravi dei diritti umani e affidare alla giustizia i presunti colpevoli. Ci sono prove che le autorità hanno impedito la prosecuzione delle indagini, ritardato azioni organizzate dai parenti delle vittime e dai loro avvocati per ottenere giustizia. Anche quando le autorità hanno riconosciuto la loro responsabilità e si sono impegnate a fare inchieste, queste non hanno mai dato alcun risultato. Finora, nessuna delle vittime, di cui i familiari hanno depositato una denuncia ufficiale, ha visto punito l’autore della violenza. Numerose famiglie non hanno neppure potuto recuperare il corpo dei loro cari per seppellirli degnamente e coloro che sono diventati vedovi/e o orfani/e devono lottare per vivere. Questo dice la mancanza di volontà da parte del governo di fare giustizia. 

Il Rapporto menziona la determinazione delle autorità a sopprimere anche la più piccola contestazione, imponendo il divieto di riunione addirittura per 26 mesi. Internet è stato bloccato sette volte per un totale de 59 giorni, i media e le organizzazioni della società civile sono stati costretti a severe restrizioni. E malgrado le pressioni internazionali, le sanzioni dell’Ue e degli Stati Uniti, l’impunità resta la regola anche quando si conosce nome e cognome dei membri delle forze dell’ordine che hanno agito violentemente. 

Amnesty International ricorda al presidente Felix Tshisekedi che al momento dell’investitura si è impegnato a far rispettare lo Stato di diritto, a lottare contro l’impunità e a difendere i diritti umani, a onorare i suoi impegni prendendo pubblicamente tutte le misure necessarie per consegnare alla giustizia i responsabili delle violazioni dei diritti umani. Ricorda, inoltre, alle autorità congolesi di favorire inchieste esaustive, imparziali, indipendenti e trasparenti su ogni violazione perpetrata dalle forze dell’ordine. Le richieste delle vittime devono essere esaudite e le loro denunce trattate con diligenza. Pur avendo spedito i suoi lavori preliminari agli organi competenti dello Stato congolese, Amnesty non ha mai ricevuto alcun tipo di reazione prima della pubblicazione del presente Rapporto. 

Anche se questo Rapporto riporta fatti passati, mette in luce i veri problemi del Congo RD: la mancanza di responsabilità nei confronti delle vittime, una giustizia complice di altri interessi, l’assenza totale di meccanismi di giustizia, la mancanza di fiducia sempre più grande tra governo e popolazione, gli assassinii insensati di giovani il cui torto è stato quello di difendere pacificamente i loro diritti. Questo rapporto è la voce delle vittime della repressione brutale e dei loro familiari che continuano a reclamare che giustizia sia fatta.



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