CIAD / IL MESSAGGIO DI NATALE DEI VESCOVI
Da alcuni anni ormai i vescovi del Ciad, all’inizio di dicembre, ritrovano in assemblea plenaria, al termine della quale rendono pubblico in una conferenza stampa il loro ormai tradizionale “Messaggio di Natale”. Il titolo è molto evocativo: “Tutti solidali per un nuovo Ciad”. A presentarlo è stato il segretario generale della Conferenza episcopale, l’abbé Xavier Omer Kouldjim. Come da tradizione, i Messaggio è “la voce dei senza voce” del paese ed è rivolto a tutti, non solo ai cattolici. I vescovi ricordano l’emergenza sanitaria da Covid-19 e il fatto che sia diventata “parte integrante di una crisi più importante, che provoca disoccupazione, cambiamento climatico, guerre o spostamenti forzati di popolazione”, con il cinismo di alcuni che si arricchiscono sulla miseria dei meno fortunati. Ma l’attenzione maggiore è posta sul “fenomeno dell’esclusione” che, secondo i vescovi, diventa sempre più ordinario e raggiunge il culmine con i conflitti intercomunitari tra allevatori e agricoltori del paese, che “uccidono più del Covid-19”. Gli accordi tra le parti non hanno dato risultati a causa “dell’assenza dell’autorità dello Stato, dell’arbitrio nella gestione dei conflitti, nel farsi giustizia sempre più da soli e dall’ingerenza politico-militare nel sistema giudiziario”. I vescovi quindi interpellano le autorità, chiedendosi da dove vengano le armi finite nelle mani dei civili in deroga alla legge; dove sia la giustizia mentre tante vite umane sono soppresse; come mai le forze che dovrebbero assicurare l’ordine e la sicurezza approfittino dei conflitti per saccheggiare la popolazione già duramente provata.
Già nel “Messaggio di Natale” del 2019, “Il Ciad che noi vogliamo”, i vescovi costatavano che “poche voci si elevavano per denunciare i vizi etici e politici che sembrano ormai diventati norme nella società, nel governo e nella gestione del paese”. Con coraggio denunciavano una situazione che genera abusi di potere, corruzione e violenza. L’espressione di questa deriva del paese si costata nei “conflitti comunitari, tra allevatori e agricoltori, nel banditismo e deviazioni di ogni tipo” al punto da creare “una situazione esplosiva”. E, si sa, i conflitti che non sono subito disciplinati ingrandiscono a dismisura e si generalizzano. Da qualche anno queste violenze sono diventate cicliche e dimostrano il clima di competizione per le risorse naturali, che si fanno sempre più rare. Infatti, verso la fine della stagione delle piogge, gli allevatori, a causa del cambiamento climatico, sono obbligati a spostarsi sempre più a sud alla ricerca di pascoli arrivando così ai bordi dei campi coltivati proprio prima del raccolto. Si creano così forti tensioni con i proprietari dei terreni che spesso sono snobbati dalle autorità mentre gli allevatori sono visti con più simpatia.
Per questo nel “Messaggio di Natale” 2020, i vescovi denunciano che la coabitazione pacifica e la concordia nazionale sembrano essere ridotte “al silenzio delle armi”. Le stesse rivendicazioni pubbliche dei diritti e delle libertà fondamentali sono ormai proibite e represse. Anche il clima politico risente del fenomeno dell’esclusione quando le consultazioni sulla revisione delle liste elettorali e del Forum nazionale inclusivo si fanno troppo in fretta, senza tener conto del contesto. “Molti cittadini non sono stati iscritti nelle liste elettorali”, dichiarano i vescovi e, “malgrado le domande di prolungamento del periodo d’iscrizione, ha colpito l’intransigenza della Ceni (Commissione elettorale nazionale indipendente)”.
La divisione del lavoro, sostengono poi i vescovi, è una caratteristica culturale di alcuni popoli. Gli allevatori, per esempio, in Ciad sono generalmente di origine araba e peul, sono considerati “nordisti” ed hanno in comune l’appartenenza all’islam. Vivevano nella zona del Sahel, ma a causa del peggioramento delle condizioni climatiche ed ecologiche e degli attacchi jihadisti di Boko Haram, sono stati obbligati a spostarsi sempre più a sud. Gli agricoltori sono, invece, popoli autoctoni, originari, considerati “sudisti”, di religione cristiana o delle religioni tradizionali. Questo antagonismo tra Nord e Sud è tradizionale in Ciad. Per diminuire la distanza tra questi due poli, nel 2010 era stata istituita, il 28 novembre, “La giornata della coesistenza pacifica”, giornata di preghiera insieme per avvicinare le comunità cristiane e musulmane. Ma la preghiera da sola non basta, hanno scritto i vescovi nel “Messaggio di Natale” del 2019, c’è bisogno di ritrovare il cammino della fraternità e della solidarietà. Cosa che è successa nel periodo delle inondazioni e durante la pandemia del 2020, come costatano i vescovi nel “Messaggio” dell’ultimo Natale.
I vescovi concludono il “Messaggio” del 2020 richiamando i responsabili al loro impegno nel garantire la coesione sociale e la promozione del bene comune, “non tanto a parole, ma dando esempio di onestà e responsabilità”. Il “Messaggio” cita anche il capo di Stato, Idriss Déby Itno, al potere da 30 anni e al suo quinto mandato. I vescovi lo invitano a “darsi da fare in prima persona per far cessare i conflitti che durano da troppo tempo”. Infatti, scrivono ancora i vescovi, solo il coinvolgimento personale del capo di Stato “potrebbe regolare la situazione, visto che tutte le altre soluzioni sono state inefficaci”.







