CAMERUN / I VESCOVI PRENDONO POSIZIONE IN VISTA DELLE ELEZIONI PRESIDENZIALI DEL 2025
Nell’ottobre 2025 il Camerun andrà alle elezioni presidenziali. Non si conoscono ancora i nomi dei candidati e non si sa se l’anziano presidente, Paul Biya, si ripresenterà. Ormai 93enne, dopo 43 anni al potere, Biya è il più longevo capo di Stato africano e del mondo. Da qualche mese ormai cresce la contestazione, in modo insolito, anche da parte di alcuni vescovi cattolici.
L’arcivescovo di Duala, Samuel Kléda, per esempio, ha esplicitamente invitato il presidente Biya a lasciare, sottolineando che una nuova candidatura sarebbe più realista. Tale posizione ha ottenuto il consenso di altri vescovi, come quello di Yagua, all’estremo Nord del paese, Barthélemy Yaouda Hourgo, che si è espresso in termini piuttosto forti sulla situazione del paese: “Non soffriremo più di quanto abbiamo già sofferto! Il peggio sta dietro. Fosse anche il diavolo a governarci…”. Anche il vescovo di Ngaoundéré, al centro del paese, Emmanuel Abbo, ha denunciato la repressione dei dissidenti definendo lo Stato “un rullo compressore che spezza ogni espressione di malcontento proibendo ai camerunesi di esprimere la loro sofferenza”.
Le dichiarazioni di questi vescovi hanno spinto la Conferenza episcopale ad esprimersi collegialmente per rendere più incisivo l’appello della Chiesa cattolica. Infatti, in occasione della 48ma Conferenza episcopale nazionale, a Buéa, nel gennaio 2025, i vescovi sono stati unanimi nel denunciare il fallimento del sistema paese e l’assenza di prospettive per la gioventù. Dopo 35 anni dalla loro prima Lettera pastorale sulla crisi economica del paese, i vescovi hanno pubblicato un nuovo Messaggio, Coraggio! Non abbiate paura!, dove affermano che “la situazione socio-economica del nostro paese è così drammatica, da sprofondare in un’indecenza senza precedenti”. Essi denunciano anche la persistente corruzione, la crescente insicurezza in più regioni del paese, la precarietà vissuta da buona parte della popolazione.
Inoltre, i vescovi sottolineano la profonda spaccatura tra il paese reale e la classe politica. E propongono soluzioni concrete: una lotta più efficace contro la corruzione e la criminalità; il miglioramento delle infrastrutture pubbliche; la formazione professionale; una migliore gestione delle finanze pubbliche. Il Messaggio si conclude con una nota di speranza, confidando nella responsabilità collettiva per la costruzione di un paese più giusto
L’incaricato stampa del governo ha deplorato la “veemenza” di alcune prese di posizione dei vescovi, ritenute come altrettante interferenze in campo politico, ricordando ai vescovi che il Camerun è uno Stato laico, in cui le religioni coabitano pacificamente con i poteri pubblici. Ma lo stesso governo è diviso sulla risposta ai vescovi. I “falchi” esigono fermezza e persino azioni legali contro i vescovi. Le “colombe” domandano il ristabilimento di un clima pacifico.
Tra il governo e i vescovi persiste una zona d’ombra mai dissipata circa alcuni vescovi e religiosi assassinati: l’abbé Joseph Mbassi, direttore della rivista L’Effort Camerounais, trovato morto nel 1988; il padre Antony Fontegh, ucciso a Kumbo nel 1990; mons. Yves Plumey, arcivescovo emerito di Garoua, di nazionalità francese ma che aveva trascorso quasi tutta la sua vita nel Nord Camerun, assassinato a Ngaoundéré nel 1991; due suore del Sacro Cuore di Djoum, di nazionalità francese, i cui corpi, orribilmente mutilati e violentati, sono stati ritrovati senza vita nei campi, non lontano dalla loro residenza, nel 1992; Engelbert Mveng, padre gesuita, ucciso a Yaounde nel 1995; mons. Jean-Benoît Bala, trovato morto il 2 giugno 2017 nelle acque del fiume Sanaga; e altri ancora.
I vescovi hanno manifestato la loro indignazione per tutti questi fatti rimasti nell’oscurità e nell’impunità: “Conserviamo il triste ricordo di numerosi membri del clero e di persone consacrate assassinate in condizioni mai chiarite. Ci sembra che il clero camerunese sia particolarmente perseguitato da forze oscure e diaboliche”.







