CAMERUN / ELEZIONI REGIONALI PER SUPERARE LA CRISI?
Il 6 dicembre 2020 si sono svolte in Camerun le prime elezioni regionali per accelerare il processo di decentralizzazione e dare più autonomia alle regioni anglofone. Era una delle risoluzioni del “dialogo nazionale” del 2019, che per altro non faceva che attuare la Costituzione del 1996. Il dialogo si è svolto senza gli indipendentisti e la maggioranza dell’opposizione politica interna, che lo considerava una farsa politica.
Il card. Tumi ha dichiarato a RFI (Radio France International) che l’iniziativa delle elezioni regionali non risolve il conflitto in corso nelle regioni anglofone. Secondo Tumi, bisognerebbe ritornare al sistema federale in vigore dopo il referendum del 1961, che vedeva nascere la Repubblica federale del Camerun, con le regioni del Nord Ovest e del Sud Ovest che godevano di una certa autonomia. Secondo Tumi, ritornare a quel sistema non significa dividere il paese: “Bisogna che i francofoni si tolgano dalla testa l’idea che uno Stato federale significhi necessariamente uno Stato diviso. No! Il federalismo si concilia con un paese perfettamente unito, perché solo il federalismo riuscirà a portare stabilità al Camerun”. Il sistema federale rimase in vigore fino al 1972, quando un referendum costituzionale optò per il sistema di governo centralizzato.
Il card. Tumi, sempre al microfono di RFI, aveva chiesto al presidente Paul Biya – 87 anni, al settimo mandato, al potere dal 1982 – di dichiarare un’amnistia per le regioni del Noso (Nord Ovest e Sud Ovest), convinto che sia una misura indispensabile per il ritorno alla pace nella zona anglofona. Tumi, originario della zona anglofona, del villaggio di Kikaikelaki, è convinto che il presidente potrebbe agire in questa direzione, chiedendo all’esercito di rientrare in caserma e agli indipendentisti di depositare le armi. Il cardinale non smette di fare proposte agli uni e agli altri, per mettere fine alla crisi, ritrovare la pace, permettendo ai giovani di ritornare a scuola.
Il dialogo resta comunque difficile, sia per la radicalizzazione degli indipendentisti, che si sono frammentati in una ventina di gruppi, sia per il rifiuto del governo di ascoltare la richiesta degli indipendentisti più moderati di ritornare al federalismo degli anni ’60. Sul fronte della mediazione, i separatisti vorrebbero che fossero le Nazioni Unite a favorire l’incontro tra le parti. Ma il presidente Biya e il suo partito Rdpc (Rassemblement democratique du peuple camerounais) considerano la crisi come un problema camerunese, che deve essere risolto dai camerunesi. Fonti della BBC indicano che l’International Crisis Group, organismo di analisi e mediazione dei conflitti, suggerisce la Chiesa cattolica, come istituzione locale in grado di mediare tra le parti in conflitto. Le iniziative del card. Tumi, però, sono generalmente osteggiate dagli uni e dagli altri, perché accusato dalle parti di parzialità.
Dei 90 consiglieri eletti in ogni regione, 20 provengono da circoscrizioni tradizionali. Ora, non tutti i capi tradizionali sono espressione della cultura locale. Spesso sono diventati agenti di controllo di una amministrazione centralizzata, espressione del partito di Biya piuttosto che espressione dei bisogni della popolazione di cui dovrebbero essere i rappresentanti. In ogni modo, saranno essi a gestire le regioni, ogni Camera regionale con il proprio presidente, ma con poteri limitati. Il governo centrale continuerà a dettare le regole generali.
Nelle dieci regioni del paese, molte sono le zone di crisi e queste elezioni non porteranno un cambiamento sostanziale. All’estremo Nord le incursioni violente di Boko Haram si sono intensificate creando una insicurezza maggiore con molti sfollati e rifugiati. Anche la regione dell’Est, confinante con la Repubblica Centrafricana, è sotto pressione con l’insicurezza causata della crisi di quel paese. Nelle regioni anglofone gli indipendentisti hanno chiesto di boicottare le elezioni e intimato sanzioni a chi si sarebbe recato ai seggi. Un consigliere comunale è stato ucciso in una delle regioni anglofone mentre si recava ai seggi. Gran parte dell’opposizione politica interna come il Mrc (Mouvement pour la renaissance du Cameroun) di Maurice Kamto, leader dell’opposizione, che contesta ancora i risultati delle elezioni presidenziali del 2018, si trova agli arresti domiciliari dal settembre 2020 et il Sdf (Social democratic Front) di Ni John Fru Ndi, non hanno partecipato alle elezioni. Per questi partiti, prima di ogni altra elezione, sono necessari la riforma della legge elettorale e la soluzione della crisi anglofona.
Anche nelle regioni meno sotto pressione il clima sociale è abbastanza teso. Il Coj (Comitato per la protezione dei giornalisti) ha denunciato gravi violazioni contro i giornalisti e la libertà di stampa. Secondo questo organismo, il Camerun è il secondo paese dell’Africa subsahariana per detenzioni di giornalisti. L’opposizione politica continua ad essere sottoposta a pressioni dalle forze di sicurezza subendo incursioni, malversazioni e arresti arbitrari. Lo denuncia la Redhac (Rete dei difensori dei diritti umani in Africa). Il Consiglio dell’ordine degli avvocati ha deciso di sospendere ogni attività, comprese quelle della Corte costituzionale, incaricata di risolvere i contenziosi elettorali – e questo proprio alla vigilia del voto regionale –, per protestare contro questi maltrattamenti. Nel Nord del paese è stato proibito il movimento popolare apolitico (10 milioni di Nordisti) fondato dal giornalista Guibaï Gatama per perorare la causa delle regioni del Nord, povere e dimenticate dal potere centrale. Questo divieto capita qualche mese dopo quello all’associazione Survie Cameroun che l’oppositore Maurice Kamto aveva creato per sostenere il sistema sanitario messo a dura prova dal Covid-19. La pandemia fa aumentare la disoccupazione e dunque il malcontento soprattutto tra i giovani. Il pretesto avanzato dal potere centrale per proibire queste associazioni è sempre lo stesso: “attentato all’unità nazionale e al principio di coesistenza pacifica tra le componenti della nazione”. Il potere centrale preferisce tagliare corto con ogni voce critica piuttosto che lasciarsi interpellare dalle problematiche popolari entrando in una logica di dialogo con i corpi intermediari della società civile. Il suo scopo principale sembra quello di mantenere, a tutti i costi, il monopolio del potere politico e sociale in tutto il paese.
Ma un altro problema maggiore sta minacciando l’orizzonte sociale del paese: le tensioni politico-etniche specialmente in alcune regioni. Il presidente Biya, di etnia Bulu e sostenuto dai Beti, che deve preparare la sua successione, si trova a confrontarsi con il leader dell’opposizione Kamto, di etnia Bamileké. Il rischio è che sulla politica prevalga il fattore etnico. Fino ad ora, salvo qualche episodio increscioso, la violenza etnica ha trovato la sua cassa di risonanza sulle reti social, dove non si risparmiano gli insulti. Poco hanno fatto governo e opposizione per contenere questa minacciosa ondata xenofoba. Sembra quasi che gli uni e gli altri ne facciano un uso funzionale per mettere in cattiva luce l’avversario. Le stesse compagnie che gestiscono le piattaforme social non stanno facendo la loro parte come moderatrici. L’International crisis group, nel suo rapporto del 3 dicembre 2020, invita il governo, l’opposizione e le piattaforme social ad agire prima che sia troppo tardi e si inneschino violenze intercomunitarie.







