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Abbiamo conosciuto mons. Peragine nel settembre 2022, in occasione della nostra visita; più recentemente p. Andrea Gamba è stato da lui e gli ha lasciato questa riflessione.

Nel 1967, dopo quasi trent’anni dalla salita al potere del partito comunista, il dittatore Henver Hoxha inserisce nella Carta Costituzionale il divieto della pratica di ogni forma di espressione religiosa, inaugurando così in Albania l’ateismo di Stato.

Nonostante le numerose persecuzioni subite dal popolo albanese nel recente passato, anche a causa della propria fede, oggi è molto comune, nella maggior parte di loro, l’invocazione al Signore. Nelle situazioni di difficoltà, di dolore o anche di rassegnazione, gli albanesi hanno l’abitudine di invocare il nome del Signore. Infatti, è comune ascoltare dalle persone, appartenenti anche a tradizioni religiose diverse, praticanti o meno, l’espressione “O Zot! o Zot!” (Signore! Signore!). Tutto questo è vero in modo particolare nell’Amministrazione Apostolica dell’Albania Meridionale, meno legata alla tradizione religiosa, e quindi più laica rispetto alle altre parti del paese. Una zona, quella del Sud, a maggioranza musulmana e con una buona presenza di cristiani della Chiesa ortodossa.

La minoranza dei cattolici, presenti nell’Amministrazione Apostolica, che comprende il 60% dell’intero territorio albanese, è costituita da famiglie che, dopo la caduta del regime, si sono trasferite dal Nord nella parte meridionale in cerca di lavoro, come anche da numerosi musulmani che si sono convertiti grazie all’opera di evangelizzazione dei missionari che operano in questa zona da oltre 20 anni. Anzi, proprio grazie all’impegno dei missionari, soprattutto religiosi e religiose provenienti dall’Italia che negli anni hanno accolto l’invito di avviare un’opera di evangelizzazione, oggi, anche in questa parte dell’Albania, c’è la presenza di una piccola ma viva comunità cattolica.

La presenza dei missionari in ambienti completamente laici, o meglio atei, costituisce una fiamma che vuole illuminare quelle tenebre, ancora dense, che hanno avvolto il Paese durante quasi cinquant’anni di dittatura. Attraverso le loro opere, i missionari, facendosi vicini ad ogni persona e condividendo la loro esperienza umana, cercano di infondere calore e speranza ad un cuore desideroso di Dio.
Vogliamo conoscere Gesù!”. È questa la richiesta che spesso viene rivolta da coloro che per la prima volta incontrano i missionari, o che hanno incontrato persone che a loro volta hanno iniziato un cammino di fede.

Dalla semplice abitudine di invocare il Signore si passa al desiderio di conoscere Gesù e il suo Vangelo. Personalmente, incontro spesso persone desiderose di conoscere il Vangelo di Gesù; persone che non mettono in discussione l’esistenza di Dio, ma che di fronte all’annuncio di Gesù e del Vangelo con sorpresa dichiarano: “Mai nessuno ci ha parlato di Gesù”. L’esperienza della missione ad gentes ci ricorda che l’impegno dell’annuncio del Vangelo è ancora oggi la massima sfida della Chiesa e interpella ciascun battezzato.

Papa Francesco qualche tempo fa ci ricordava che “ambienti umani, culturali e religiosi ancora estranei al Vangelo di Gesù e alla presenza sacramentale della Chiesa rappresentano le estreme periferie, gli ‘estremi confini della terra’, verso cui, fin dalla Pasqua di Gesù, i suoi discepoli missionari sono invitati, nella certezza di avere il loro Signore sempre con sé. In questo consiste ciò che chiamiamo missio ad gentes”.

Infatti, l’esperienza della missione pone in atto la conversione del missionario e del destinatario poiché essa è santificazione nostra e del mondo intero. Il desiderio di conoscere Gesù da parte di coloro che sono alla sua ricerca accresce il desiderio di stabilire un rapporto ancora più profondo per chi lo ha già incontrato: la fede si rafforza donandola!



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