Alla tomba di p. Ettore Fasolini
Ricco e povero insieme uniti - Dives et pauper simul in unum. Queste parole si leggono sul timpano dell'ingresso al piccolo cimitero a Cornareto, in Val Borbera. Saliamo la ripida scalinata. Su piani ascendenti verso la montagna, le cappelle sono ordinate a semicerchio, quasi per un abbraccio ideale, ora che si sono conclusi i conti con la storia.
Un paesaggio... indonesiano
Nel piano più alto, la cappella della famiglia Fasolini. Accompagnati da Giorgio e Caterina, nipoti di padre Ettore, entriamo con commozione. La sua fotografia è esposta su una mensola di marmo. Il suo loculo è di fronte a quello del fratello Virgilio. Qualche momento di silenzio, prima che la nostra emozione si allenti con la preghiera a Dio, per colui che è stato nostro compagno di strada e ci ha preceduto in paradiso.
La visita al cimitero è l'atto centrale di una giornata speciale, trascorsa nel silenzio dei boschi, rotto appena dal gorgoglio del torrente Borbera. Il 30 settembre la comunità dei saveriani di Brescia - che è stata l'ultima di p. Ettore - si reca a Cornareto. Lasciamo l'autostrada per Genova all'altezza di Arquata - Vignole, in direzione di Cabella Ligure. Il paesaggio richiama quello indonesiano, come appare a Bukittinggi o sulle montagne boscose del Kerinci, descritto da p. Ettore nel suo ultimo libro, "Il verde tenero delle foglie".
La memoria vive nei ricordi
L'appuntamento è poi alla casa dei coniugi Fasolini. Con noi c'è don Enzo Manici, sceso dall'Alta Val Borbera, dove da più di quarant'anni segue i parrocchiani che ancora sono rimasti su quelle montagne, distribuiti nelle tredici parrocchie che egli ha in cura.
Insieme ci rechiamo nel piccolo santuario della Madonna della Guardia, a Rosano, per concelebrare la Messa. Ci attende il sagrestano, cui non è parso vero di poter scambiare due parole con i "forestieri". La Messa, presieduta da p. Mario Menin, rettore della comunità saveriana di Brescia, ci dà la possibilità di rinnovare la commozione e la preghiera.
"La memoria addolcisce i ricordi", scrive p. Ettore nel suo ultimo libro, "li carica di magia; ci terranno compagnia per sempre".
La memoria rivive nella testimonianza di Caterina che, nonostante la forte personalità, cede alla commozione del ricordo. Poi intervengono tutti gli altri concelebranti. Ciascuno, a suo modo, ha voluto dire che "i morti vivono nel cuore delle persone che hanno amato: chi è amato non muore". Poi, nella casa di Giorgio e Caterina, condividiamo l'agape fraterna, preparata dalla brava cuoca Maria.
Su e giù per l'Appennino
È l'ora del ritorno. Don Enzo ci invita a passare nella sua parrocchia. Risaliamo ancora l'Appennino fino alla cappella degli alpini, a 1.500 metri, posta al confine di quattro province. Il nostro sguardo spazia e abbraccia idealmente le tredici parrocchie: parrocchie di frontiera, che quasi spariscono nei folti boschi. Lì don Enzo svolge il suo lavoro pastorale, ai limiti dell'impossibile, con spirito missionario e con l'amore che ha sempre nutrito per le missioni.
Scendiamo a Pey di Zerba, a 1.200 metri, dove don Enzo ha il suo rifugio: una canonica sobria ed essenziale, lontana da certe sontuose canoniche di città. Entriamo nella piccola chiesa parrocchiale e, dopo una preghiera, ammiriamo il presepio da lui costruito. Poco lontano, l'umile cimitero invita alla preghiera e alla riflessione sulla precarietà del vivere.
Un ultimo sguardo a quei monti, mentre salutiamo e ringraziamo don Enzo e ci mettiamo sulla via del ritorno. Zig-zagando per i tornanti del versante piacentino, in direzione di Bobbio, tra strapiombi sulla valle e massi appesi ai costoni della montagna, scendiamo in pianura, per risalire su strada ciottolata - dopo tre ore di "marcia" - la breve erta di San Cristo, a Brescia.








