Vocazione sotto le forche caudine
È implicato un leggendario personaggio, sceso da Capriglio, sugli Appennini parmensi. Il nome dipinge il sito, uso a dormire sulla paglia, i tratti aspri da montanaro, "con tre peli sotto il naso e altri tre appesi al mento": p. Pietro Spinabelli. Si incontrerà con il p. Uccelli a Vicenza, come assistente degli allievi a 23 anni nel 1927 e poi ancora a 30 anni, come suo braccio destro.
Il Servo di Dio ne fa questo ritratto al Fondatore, il beato Guido Maria Conforti: "Sempre buono e pieno di entusiasmo; diverrà un vero missionario e farà un mondo di bene"; carriera centrata in pieno. Padre Pietro fu una persona umanissima, l'arguzia tipica delle origini, religioso d'istinto, di una pazienza proverbiale. Ripetutamente Superiore in Italia, nel 1948 gusterà il brivido della Cina e subito l'amaro dell'espulsione comunista nel 1950. Senza rientro in patria, trasborderà in Indonesia, ove per oltre 40 anni si prodigherà nella carità inesauribile del buon samaritano; senza preferenze: gli amici musulmani vanno ora in pellegrinaggio sulla sua tomba.
Nel 1935 p. Spinabelli guidava la Casa saveriana del ginnasio superiore di Grumone (CR), e il sottoscritto faceva parte della sua covata. Data la mia indole irrequieta, credo di aver guastato al buon p. Pietro più di un sonno: ero sempre nella lista nera; ne inventavo di nuove giorno e notte. Eppure p. Spinabelli ha sempre avuto fiducia, anche se ero discolo. Diceva che avevo dei santi genitori e un cuore in fondo buono e schietto.
Solo sul finire della quarta ginnasio la situazione divenne insostenibile: il vicerettore Azzolini aveva giurato di chiudere la partita. Padre Spinabelli mi convoca "ad pedes" e con palese rammarico mi avverte: "Caro figliolo, per te è finita. Ho già fatto sapere a tua madre di venirti a prendere. Sono addolorato, ma credo che tu non sia chiamato alla vita missionaria".
Rimango muto, bloccato. Esco e mi sfogo in un pianto da solo, poi mi precipito dal direttore spirituale, p. Bertogalli e gli narro l'accaduto. Lui mi chiede con un filo di voce: "Tu vuoi davvero diventare missionario?". "Sì, padre, mi sento morire". "Allora ascoltami bene. Va' dal padre rettore, buttati in ginocchio ai suoi piedi; non dire una parola, ma mettiti a piangere con tutta la forza che hai in corpo e attendi. Bada, non è uno scherzo. Ti senti di farlo senza fingere?".
Avevo un fiume di lacrime. Mi carico, mi faccio coraggio, busso leggero alla porta. Una voce bassa agrodolce mi dice: "Chi è? No, no, figliolo, non c'è più nulla da fare". Appena schiude l'uscio io mi lascio cadere ai suoi piedi, stringendo li e scoppio in un pianto dirotto, convulso, senza freni. Alla fine mi calmo, anche se i singhiozzi soffocati continuano. Ma adesso non sono più io: cosa sta succedendo?
"Alzati, figliolo, ho capito. Non ne parliamo più, ma mi prometti. .. ".
A distanza di 50 anni riceverò una lettera dall'Indonesia, inviata da p. Spinabelli, ormai assai anziano. Mi richiamava quell'episodio lontanissimo e mi svelava: "Il tuo caso allora mi aveva messo molto in angustia; l'insistenza del vicerettore non mi persuadeva. Ebbi una ispirazione: se questo monello mi si presenta e scoppia in lacrime per rimanere, lo riterrò un segno di vocazione".
Quando lessi quel foglio a mia madre, ne rimase sconvolta e commentò: "Mi hai fatto venire la pelle d'oca! Però, tremendo quell'Azzolini, eh?". Ma lei, già verso i novanta, conosceva bene i risvolti.








