Viaggio in terra di missione, Tre vicentini in Amazzonia
>di: Alberto, Andrea e Denis
Belém è la prima tappa del nostro viaggio in terra di missione. Atterriamo nella capitale del Parà, nel nord del Brasile, sulla foce del Rio delle Amazzoni. È la porta dell'Amazzonia, terra di grandi ricchezze ma riservate a pochi. Ci aspettano p. Paolo Andreolli e p. Renato Trevisan.
Nel tragitto verso la città si scorgono le case popolari. L'odore delle fogne a cielo aperto è ripugnante. Il porto, il mercato e la dogana sono il simbolo dello sfruttamento dell'Amazzonia: da qui partivano il legname, il caucciù e i minerali verso l'Occidente. Il forte e l'arsenale sono i resti del dominio coloniale portoghese durato fino al 1822. Nella casa saveriana ci accolgono p. Marcello Zurlo e p. Pino Leoni, come fossimo di famiglia.
Ciò di cui abbiamo bisogno
Il giorno dopo partiamo presto per São Félix do Xingu, più di mille chilometri su strade impervie, rovinate da camion pesanti che trasportano legname, minerali e bestiame, in mezzo a ciò che resta della foresta equatoriale. I grandi proprietari terrieri preferiscono l'allevamento dei bovini, meno dispendioso, rispetto all'agricoltura. La foresta viene tagliata per lasciare posto a sterpaglie e pascoli.
La commissione pastorale della terra, attraverso la costante azione di p. Danilo Lago e p. Primo Battistini, offre un'alternativa possibile: la casa famigliare rurale, una scuola in cui si insegna ai figli dei contadini come coltivare la terra, migliorando le tecniche agricole...
Con p. Paolo visitiamo le comunità ecclesiali di base. Ci troviamo di fronte a una chiesa giovane, "di frontiera", che porta il vangelo non solo a parole ma anche "sporcandosi le mani". Ed è di questo che abbiamo voglia e bisogno noi giovani d'oggi.
Un'esperienza indimenticabile
Nella seconda parte del nostro viaggio ci spostiamo a Redenção, dove p. Renato ci offre l'opportunità di conoscere le piccole tribù di indio kayapò. La modernità ormai è arrivata anche qui. Serve qualcuno che capisca gli indio e che faccia da "ponte" tra la loro cultura e le regole della nuova società. La pastorale indigenista fa proprio questo.
Poi, in una notte di agosto, la cena è allietata dalla calorosa accoglienza della gente brasiliana. La meraviglia si staglia sopra le nostre teste: un cielo spettacolare, una moltitudine di stelle mai vista prima, un'emozione che si esprime in un pensiero di bellezza.
Ora siamo di nuovo a casa. Spetta a ognuno di noi impreziosire la vita che ci è stata donata. Noi tre giovani vicentini abbiamo speso il mese di agosto per visitare una missione. Non è stata una "spesa"; è stato un investimento, una semina che speriamo arricchisca il nostro spirito, giacché l'esperienza è stata davvero indimenticabile.
La vita trova compimento
Ringraziamo i saveriani che abbiamo incontrato e conosciuto. Ammiriamo la forza e l'entusiasmo che animano il loro agire. Abbiamo incontrato persone speciali; abbiamo fatto scoperte quotidiane di un mondo che davvero si differenzia dalla nostra sonnolenta Europa. In Amazzonia, la fede è un collante per la comunità, non una scelta di comodo. La preghiera è un'esigenza intima, che però acquista tono quando è condivisa e vissuta nella festa. Anche noi, superando barriere linguistiche e culturali, abbiamo pregato con la gente e per la gente.
Le motivazioni razionali e gli stimoli impulsivi che ci hanno suggerito di partire - e dunque di "comprometterci" per la missione - stanno trovando pieno riscontro e soddisfazione. Consci di aver ricevuto più di quanto abbiamo dato, ci rimane nel cuore l'accoglienza festosa, l'adrenalinica avventura e una certezza: dedicarsi agli altri, ognuno per la propria parte, esige impegno e coerenza, ma riempie il cuore di gioia, e la vita trova compimento!








