Una pioggia di dolore che feconda amore
In una strada romana alcuni cittadini si sono mobilitati per salvare un gatto finito nel vano motore di un’auto. Il miagolio insistito ha allertato i passanti che, con un passaparola rapido ed efficace, hanno contattato il proprietario del mezzo, parcheggiato a bordo strada, perché non accendesse il motore, ma aprisse il cofano. Il recupero non è stato semplice. C’è voluto tempo. Però, il gioco di squadra è servito e il gatto ha avuto salva una delle sue famose sette vite. Che spettacolo quando si collabora per qualcosa, quando la vita ci sta a cuore, anche fosse quella di un animale domestico… Lo sappiamo bene in Italia con la nostra Protezione Civile sempre pronta ad intervenire. Lo sanno bene i missionari nel mondo, spesso stupiti dalla Provvidenza che ha nomi e cognomi ben precisi.
Il problema è quando questa rete di collaborazione allarga le sue maglie, crea buchi pericolosi e qualcosa perdiamo e se ne va per sempre. La piaga dei femminicidi, ad esempio, sarebbe più lieve se ci ascoltassimo, se fossimo disponibili a spenderci per l’ascolto degli altri, a partire dai propri figli e figlie? La libertà, ormai diventato un valore assoluto indipendentemente dall’età anagrafica, non potrebbe cedere il passo a qualche indagine maggiore a cura del mondo adulto, ad una violazione della privacy volta a capire prima ancora che a dire, a condividere un pensiero prima ancora che ad imporre un’idea, a consolare e a compatire prima ancora che ad indicare una strada? Ci sporchiamo le mani con la vita dei nostri figli e figlie? Riusciamo a lasciare il ruolo di amico/amica a chi deve incarnarlo per essere quello che la società ci richiede? E se siamo amici interpretiamo questo ruolo fino in fondo con sfrontata sincerità?
“Ci sono tante responsabilità, ma quella educativa ci coinvolge tutti. Mi rivolgo prima agli uomini: parliamo agli altri maschi, per primi dobbiamo dimostrare di essere agenti di cambiamento, contro la violenza di genere. Non giriamo la testa di fronte a determinati gesti, anche i più lievi. Insegniamo ai nostri figli ad accettare le sconfitte, facciamo in modo che tutti rispettino la sacralità dell’altro. Da questa violenza si esce fuori sentendosi tutti coinvolti, anche quando ci si sente tutti assolti. Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia ci priva del contatto dell’altro: è importante la connessione umana autentica... I giovani devono imparare a comunicare. Bisogna investire in programmi educativi per imparare ad affrontare le difficoltà senza ricorrere alla violenza. Io non so pregare, ma so sperare. Voglio sperare che tutta questa pioggia di dolore fecondi il terreno delle nostre vite e un giorno possa germogliare, e produca il suo frutto di amore, di perdono e di pace” (Gino Cecchettin).








