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Un indonesiano modenese: P. Casali missionario da 50 anni

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Ho la fortuna di presentarvi un caro amico con il quale ho fatto il viaggio in missione nel 1965 e che si trova temporaneamente nella casa saveriana di Tavernerio (CO), per seguire il corso di aggiornamento per tre mesi. È p. Otello Casali, saveriano modenese di Sassuolo.

Come sei diventato saveriano?

A dodici anni sono entrato nel seminario diocesano di Reggio Emilia e vi sono rimasto fino al termine degli studi liceali. Lì ho conosciuto p. Alfeo Emaldi, rientrato dalla Cina dopo essersi tagliato la lingua nelle prigioni comuniste per non rivelare il nome dei cristiani, e in seguito, ho conosciuto anche p. Domenico Milani, fondatore del centro educazione missionaria (Cem). Questi incontri avevano suscitato in me un forte desiderio della missione. Così ho chiesto e ottenuto di entrare tra i missionari saveriani.

Abbiamo qualcosa in comune...

Certo! Sono stato ordinato sacerdote nel 1958, come te, e abbiamo celebrato insieme il giubileo sacerdotale quest'anno.

Qual è stata la prima missione?

La mia prima destinazione è stata per la Sardegna, dove ho imparato a sudare per guadagnare il pane per i nostri studenti. Poi, nel 1965 sono stato destinato all'Indonesia e sulla nave ho ritrovato proprio te. Abbiamo fatto il viaggio in nave insieme a sorella Cristina delle "Ali" di don Brusadelli.

Cosa hai fatto in missione?

Sarebbe troppo lungo raccontare dove e come ho esercitato la missione. Sono stato tra i cinesi, ma soprattutto tra i minangkabau dell'isola di Sumatra. Al mio arrivo nel 1966, i cristiani delle tre parrocchie affidate ai saveriani erano circa 5.000. Per raggiungere il villaggio di Air Molek (vuol dire Acqua Dolce, un nome delizioso, ma il posto era infestato da zanzare, tigri, elefanti e serpenti di ogni razza!) dove risiedevo, era necessario percorrere un braccio di mare su una barchetta e poi seguire l'unica strada, spesso trasformata in acquitrino. Se tutto procedeva bene, ci volevano tre giorni di sofferenze.

Quanti sono i cattolici oggi?

Oggi i cristiani sono circa 50mila. Non sono tutti convertiti di recente, ma la crescita del numero è dovuta all'immigrazione di operai cattolici provenienti da Giava e dal nord Sumatra. Nel Riao, regione estesa come l'Italia del nord, molti trovano lavoro. Vi sono immense piantagioni di palme da olio. Questo incentiva la costruzione di strade e di fabbriche per la prima lavorazione dei frutti della palma.

E quanti sono i missionari?

Siamo una ventina. L'apostolato riguarda soprattutto i cattolici, perché è severamente proibito dalla legge islamica fare proseliti. Nelle scuole cattoliche s'insegna catechismo agli studenti cristiani, mentre gli alunni musulmani vanno in un'aula a parte nella stessa scuola. Però, c'è la libertà di accogliere coloro che seguono altre religioni.

Com'è il rapporto con l'islam?

In Indonesia non esiste un estremismo accentuato come nei paesi arabi. Ci sono qua e là casi in cui i terroristi agiscono per proprio conto, uccidendo i cattolici e bruciando le chiese. È lo stesso terrorismo che ha colpito gli Stati Uniti e altri paesi dell'occidente.

Hai trovato difficoltà?

Sì, una difficoltà è che ho dovuto rinunciare alla cittadinanza italiana per prendere quella indonesiana, con la conseguenza che quando torno in Italia, nella mia patria sono considerato come un immigrato senza alcun diritto civile. Mi concedono un permesso di soggiorno di tre mesi e non mi garantiscono nemmeno le cure ospedaliere. Altro che parità di diritti!

Tornerai in Indonesia?

Certamente! Terminato il corso, ripartirò alla vigilia di Natale e celebrerò le feste natalizie con i miei cristiani.  Perché non vieni anche tu?

Bella domanda! Mi piacerebbe venire. Intanto, auguri di cuore a te che torni in missione!



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