Un cammino con tre viaggi
È bello rileggere la nostra vita con stupore, non per nostalgia del passato, non per lamentarsi del presente, ma per renderci conto delle tappe della vita, del filo rosso che l’ha guidata, degli interventi del Signore. È un riappropriarci del passato ed è crescere nell’ammirazione e nella riconoscenza verso Dio e a tante persone.
Nell’Eucaristia per il 50° di ordinazione sacerdotale celebrata nel mio paese natale di Campiglia dei Berici il 20 settembre, ho fatto memoria della mia esperienza sacerdotale missionaria, paragonando questi 50 anni a un cammino di tre viaggi.
Il viaggio geografico
Per alcuni anni ho vissuto in alcune regioni d’Italia: Emilia (a Parma), Piemonte (Nizza Monferrato), Lombardia (a Desio), Lazio (a Roma) e Campania (a Salerno). Poi il grande viaggio verso l’Africa, in Congo, che ho rifatto una decina di volte nei 33 anni di vita in missione.
Il Congo è un immenso paese, dove la natura è esuberante e imponente per i grandi laghi Tanganika e Kivu, per le foreste e suoi vulcani, per le sue ricchezze minerarie e il mondo animale.
Il viaggio dell’incontro
Si arriva in Congo la prima volta come bambini, che imparano a parlare, a conoscere, a muoversi. E quando si sbaglia, e si pronuncia un vocabolo al posto di un altro, tutti ridono e tu ridi con loro. Ricordo, nel primo anno, il mio errore nel pronunciare la parola risurrezione (ufufuko) nella lingua locale… Ciò ha provocato una clamorosa risata generale nell’assemblea dei 500 alunni che partecipavano alla Messa.
Il confronto con altre culture dà l’occasione di ammirare alcune cose che noi abbiamo perso: la semplicità, l’accoglienza, l’amore per la vita, la ricchezza di relazioni, la saggezza degli antenati, il senso del sacro, la fede in Dio.
Certo, bisogna esercitare alcune virtù: l’adattamento, l’ascolto, il dialogo, la pazienza, la fraternità.
La relazione cambia, si perfeziona con il passare degli anni. Se in un primo momento si lavora per migliorare le condizioni di vita della popolazione (scuole, ambulatori, sorgenti d’acqua, chiese…), poi s’impara a stare insieme, a collaborare accettando ritmi diversi e gusti differenti, e infine (è l’ideale) si arriva ad adottare le loro difficoltà, a sposare la loro causa, amando fraternamente.
Il viaggio della crescita spirituale
Sono stato ordinato sacerdote nell’ottobre 1965, che segnava la fine del Concilio Vaticano, il grande evento storico di rinnovamento e cambiamento epocale nella chiesa e nel mondo. Ho conosciuto il tempo prima del Concilio e il pensiero tradizionale della chiesa; ho seguito da giovane studente di teologia il Concilio durante le sue assemblee e discussioni e, infine, ho esultato e vissuto nel dopo Concilio Vaticano II.
Tutto questo mi ha introdotto nello spirito di una continua ricerca che deve continuare nella vita.
Dio, infatti, non è monotonia, ma è novità di vita ed è inesauribile. Il cammino di fede è faticoso, ed è segnato da tappe progressive.
Il nostro filo di salvezza
Si dice che la vita con le sue difficoltà, dubbi e contraddizioni, sia un labirinto, dove è difficile trovare la via d’uscita. Allora c’è bisogno di un filo conduttore per uscirne… Qual è il nostro filo di salvezza?
Si scopre, con il passare del tempo, con l’approfondimento, l’esperienza e pure la fatica di trasmettere agli altri, che il vangelo nella sua semplicità e saggezza è sempre più luce, riferimento e consolazione.
Necessita l’atteggiamento esemplare del bambino proposto da Gesù nel vangelo. Un bambino inerme, senza difesa, senza pretese, il più debole degli ultimi, che ci insegna fiducia e disponibilità.
La tentazione di fermarsi…
I tre viaggi (o meglio i tre profili di un unico viaggio) sono un invito a un esodo geografico, umano e spirituale dal piccolo al grande, dal ristretto allo spazio infinito, dal rapporto superficiale allo scambio profondo, per godere di un panorama sempre più vasto, per dare respiro maggiore alla vita, per gustare la bellezza dell’amore di Dio e dei fratelli!
L’esodo non è finito; c’è sempre la tentazione di fermarsi, di chiudersi, di dire: “Ora basta!”.
Kierkegaard scrive: “La vita deve essere capita solo all’indietro, ma va vissuta sempre e solo in avanti”.
Così oggi, nella chiesa grande e bella dove sono stato battezzato il 17 febbraio del 1938, dove ho intravisto la mia vocazione, dove ho celebrato la prima Messa nel 1965, dove sono entrato tante volte nei periodi di riposo, vorrei usare le tre parole suggerite da papa Francesco agli sposi: “grazie, per favore, scusa”.
E io, per favore, chiedo al Signore che mi dia il dono della riconoscenza e, per favore, chiedo a voi di continuare ad accompagnarmi con il ricordo affettuoso della preghiera.







