"Un buon pastore ama le sue pecore"
Su questa classica pagina dell’evangelista Giovanni sono tante le osservazioni che si potrebbero fare. Come mio solito mi limito ad una sola, e precisamente al mistero della vocazione cristiana. Questo è anche l’invito della Chiesa, forse perché tra Cristo e il chiamato si stabilisce un certo, chiamiamolo pure corteggiamento d’amore e di istintiva intesa, che fa pensare, appunto, all’immagine del pastore-gregge.
La vocazione biblicamente parlando, può essere duplice: quella della sequela, insieme con la pratica "affettiva" della povertà (= distacco "affettivo" dai beni) e quella della stessa sequela, ma con il distacco anche "effettivo" dai beni.
Noi vogliamo parlare solo della prima chiamata. Ci chiediamo: "Perché ci chiamiamo e siamo cristiani?".
La risposta non può essere che una: "Perché Cristo ci ha amato; perché, con un atto del suo amore previenente-gratuito-creativo, prima ancora che il mondo fosse, quando eravamo ancora chiusi nel grembo materno, Cristo ci ha "scelti-chiamati-predestinati" a diventare "conformi" alla Sua immagine. Non siamo stati noi a scegliere Lui, ma è stato Lui a scegliere noi. L’immagine è quella del pellegrino stanco e tristo che, vista una bell’ombra, ci si butta e s’addormenta.
L’ombra si sposta, e i raggi del sole lo disturbano; e si sveglia, si orienta, si rimette in cammino. Sì, però non l’avrebbe mai fatto se il sole non l’avesse disturbato. Sicché all’origine primigenia della nostra vita c’è un atto d’amore che non ha spiegazione: Dio ama, perché ama; l’amore vuole essere "gratuito-incausato": la gratuità è la caratteristica più squisita e preziosa dell’amore: lo autentica, lo sincera, lo invera. Al primo anello dell’essere, dunque, ci sta un Amore che non sa che amare. Dunque sono stato portato in una culla eterna, da una tenerezza infinita, da una tenerezza increata, una tenerezza che non sa che amare.
Questa scoperta che ha del sensazionale, che mi estasia, mi commuove, mi intenerisce: perché, se adesso mi ami, mio Dio, è perché vedi in me l’"immagine del Tuo Figlio"; ma in quell’istante della tua beata eternità, di me non c’era che "il nulla"! Perciò nel Tuo amore per me non ci sei che Tu, con il Tuo amore preveniente-gratuito-creativo; Tu non sei che prevenienza e gratuità!
Tu mi incanti e mi stupisci, mi mandi in meraviglia e mi fai gridare di gioia! O mio Dio, il Tuo amore è uno stratagemma, è un divino trabocchetto, che mi scatena la commozione e mi provoca l’amore! Non c’è nessun sistema psicologicamente più adatto che provocare l’amore! L’intensità dell’amore che risponde è direttamente proporzionale alla visione più o meno chiara dell’Amore che ha chiamato. Tu, mio Dio, hai agito così con me perché, adesso, Tu ami fino alla follia!
Quasi senza volere, sono andato a rifinire nel motivo biblico, forse, il più struggente e fascinoso: il cristiano si definisce uno-che-ama, perché ha fatto la scoperta sensazionale che Dio lo ha amato per primo; e lui non lo sapeva! E lui non se lo meritava! Non c’è che da esclamare con l’estatico Giovanni: "E noi abbiamo "scoperto" l’amore di Dio per noi e ci abbiamo creduto!".
Riamiamolo dunque! L’amore con l’amor si paga! Al mondo non c’è gioia più perfetta e consumata, più gaudiosa ed esaltante! Con buona pace di tutti.







