Un beato da dieci, un prete da cinquanta
Doppia ricorrenza nello stesso giorno
Il beato Guido Conforti, fondatore dei missionari saveriani, li ha lasciati soli a continuare il suo carisma, quando, il 5 novembre del 1931, è stato chiamato alla “casa del Padre”. Dopo 65 anni dalla sua morte, il 17 marzo 1996, molti saveriani e molti loro amici - tra cui anche un bel gruppo di amici di Zelarino - si sono trovati a Roma per partecipare alla solenne celebrazione di papa Giovanni Paolo II che lo presentava alla chiesa universale come “beato”: una persona da imitare e a cui chiedere l'intercessione.
Il sabato degli assetati
A distanza di dieci anni da quell'evento “romano”, alcuni “attempati saveriani” ricordano la santità del loro fondatore, insieme a un'altra ricorrenza provvidenziale, proprio in quella stessa data. Ricorre infatti il cinquantesimo anno della loro ordinazione sacerdotale, una specie di nozze d'orocon la missione affidata loro da Dio. Infatti, il Signore, tramite la chiesa, li aveva chiamati al sacerdozio ordinato, il 17 marzo 1956, festa di san Patrizio.
Quella giornata coincideva con il “ sabato sitientes - sabato degli assetati” della quaresima preconciliare. Si chiamava così perché la Messa incominciava con questo canto delle parole di Isaia: “ Sitientes venite ad aquas - voi assetati venite alle acque ”. Per puro dono gratuito, quel giorno nove saveriani si immersero nella “fonte d'acqua viva”, quel Gesù che anche oggi dichiara: “ Chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete; anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna ”. Una promessa e una missione, sulla quale oggi dobbiamo tracciare un bilancio.
Credere e rischiare
Tra quei nove nuovi sacerdoti, quel 17 marzo, c'ero anch'io. In particolare, ricordo i giorni degli “esercizi spirituali” guidati da p. Amato Dagnino. Abbiamo letto la vita di san Giovanni Battista Vianney, noto come il santo curato D'Ars . Il libro era scritto da Francesco Trochu. Quello che mi tormentava era il rischio di avventurarmi in un'esistenza che avrebbe dovuto fare i conti con il male. Avevo un dubbio atroce di non farcela: penitenze assurde, dubbi di fede, timore del giudizio di Dio, lotte con il demonio... mi hanno disturbato per un lungo periodo.
Dicevo a me stesso: riflettere su queste cose è certamente utile, ma non devo scoraggiarmi, perché indicherebbe solo un'eccessiva confidenza nelle proprie forze. È Gesù Cristo che mi dice: “Seguimi, ti farò diventare pescatore di uomini . L'acqua che io ti darò diventerà in te sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna ”. Il futuro non è nelle mie, ma nelle sue mani. Dunque, vale la pena credere e rischiare.
Uno strumento per il Signore
Ripercorrendo i miei cinquant'anni di sacerdozio, il primo sentimento che provo è di inginocchiarmi e di pregare con le parole del pubblicano: “ O Dio, abbi pietà di me peccatore ”. Ma mi sorprendo anche per tutte le occasioni in cui mi sono accorto d'essere stato strumento perché altre persone abbiano potuto incontrare lui, il Signore Gesù.
Dal mare, simbolo biblico del male, la rete di pesca che mi è stata affidata nel ministero sacerdotale, ha fatto uscire uomini e donne che si sono messi a camminare e a vivere una vita risanata dall'amore di Dio. Mi vengono in mente i catechisti della Sierra Leone, gli studenti adulti battezzati, i tanti penitenti e fedeli che partecipano all'Eucaristia...
Mi riempie di gioia questo “essere stato usato” da Dio per il bene altrui, nonostante la mie fughe e le mie resistenze.
Mi resta ora il dovere di contemplare l'amore misericordioso di Dio in Gesù Cristo, che salva anche la mia storia e mi invita a perseverare nel convertirmi e a credere al vangelo.






