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Alibi è un villaggio poco lontano da Kolowaré, in Togo. Grazie all’amico Diery, che vuole scoprire le sue radici e conoscere abitudini e usanze del suo popolo, abbiamo incontrato alcuni anziani per farci raccontare storie antiche sull’origine del villaggio, sugli antenati, sul loro universo culturale, riti e feste. Con noi c’è l’Imam principale Afo Djibril e due anziane signore.

S’intreccia un dialogo fra tutti i presenti. È la prima volta che si riuniscono per parlare dei tempi antichi. Ricordo loro che siamo qui non per giudicare il passato, ma per capire come gli antenati vivevano, quali erano i loro punti di riferimento, simboli ed espressioni religiose. Vogliamo evocare con rispetto e venerazione la vita degli avi, un mondo che non esiste più.
Ormai, tutti nel villaggio hanno lasciato la loro religione tradizionale, per abbracciare l’Islam e, nel 1992, quasi con furore iconoclastico, sono stati distrutti pubblicamente tutti i simboli e le rappresentazioni della vecchia religione. Una parte della cultura del loro popolo è andata in frantumi, distrutta, cancellata.

La conoscenza del passato può offrire al mondo di oggi “argomenti e modelli utili; le gesta antiche contengono insegnamenti che illuminano le strade difficili dell’oggi”. Mentre la vita si svolge normalmente, Aminata prepara il pasto, i bambini giocano o vogliono fotografie e i vecchi raccontano.
Tanto prende la parola, ma tutti partecipano e l’imam puntualizza. “I nostri antenati avevano la loro religione. C’era un fiume al quale si presentavano delle offerte. Nel villaggio c’era un luogo chiamato djatolo. Era là che si facevano i sacrifici. Per esempio, se si prendeva un ladro lo si conduceva laggiù per ucciderlo. Non si facevano sacrifici a Dio, ma solo ai feticci. A Tchamba c’era un feticcio chiamato tandja e verso Agolou un altro chiamato aso. Ogni villaggio aveva i suoi. Si pensava che questi feticci avessero il potere di condurci a Dio. I sacrifici erano il nostro punto di riferimento. Adesso tutto questo è finito e il nostro punto di riferimento è il Corano”.

Si viveva insieme, in gruppo. Poi è arrivata la religione musulmana. Quando c’era un problema, se non era qualcosa legato alla religione tradizionale, lo discuteva il capo dei musulmani. All’epoca, ognuno sapeva quello che doveva fare, conosceva il suo posto nel villaggio, il capo gestiva i problemi legati alla tradizione e il capo musulmano gestiva i suoi. Una volta, c’erano anche cerimonie annuali con il sacrificio di una capra nera. Oggi ci si riunisce durante le feste per leggere tutto il Corano, specialmente durante le grandi cerimonie annuali.
Diery aggiunge: “Il mio intento è far prendere coscienza del nostro passato e delle nostre culture, riscoprire la bellezza della vita, mettere in guardia le nostre comunità dai molti pericoli che oggi le minacciano”.



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