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Tra i più poveri: I figli dei minatori

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Quando nel 1968 venni trasferito a Sawah Lunto il primo incontro con i fedeli avvenne di domenica durante la s.Messa. Mi presentava, a nome del vescovo, p. Pietro Grappoli. Dopo la s.Messa, ci fu un incontro con rinfresco. Tra i presenti prese la parola anche il signor Tohan, capo della cristianità. Tra l’altro disse: "Noi fedeli di Sawah Lunto non vogliamo p. Mario come nostro pastore, ma vogliamo che resti tra noi p. Morini". Che colpo per me: non ero gradito! Alla fine risposi dicendo: "Prima si assaggia e poi si può affermare se è buono o no, quanto viene presentato. Io sono venuto qui dietro decisione del mio vescovo. Io sono qui per eseguire gli ordini del mio vescovo e qui resto!".

La prima notte fu quanto mai agitata. Certi animaletti poi mi tormentarono per tutta la notte. Al mattino seguente bruciai il letto di legno con tutto il resto. Trovai altri inconvenienti: nel bagno erano cresciute le piante e tutto il resto era quasi inusabile. Anche la residenza e le scuole erano sporche. Alla fine mi ammalai.

Volevo abbandonare tutto e far ritorno a Padang. Di giorno in giorno questa decisione si faceva sempre più forte.

E un bel giorno mi decisi: raccolsi le mie cose e andai in città a comperare il biglietto della corriera per Padang. Attesi per alcune ore, ma invano, la corriera non arrivava. Stanco di aspettare mandai qualcuno a chiedere spiegazioni di tanto ritardo: la corriera era rotta e per questo non sarebbe partita che all’indomani mattina. Amara delusione: pensavo di finire il mio calvario! Ma il buon Dio voleva diversamente.

jakarta Quella sera una bambina di 7 anni venne e mi chiese: "Padre, vuoi andartene anche tu? Non ci lasciare orfani" e si mise a piangere. Quelle lacrime mi colpirono. Entrai in chiesa a pregare e chiedere consiglio. Mi misi in ginocchio davanti al tabernacolo ed il mio sguardo corse contemporaneamente alla statua della Madonna. Mi sembrava che piangesse pure lei. Per un momento la pregai, ma poi mi commossi e giù lacrime calde anche dai miei occhi. Continuavano a rintronare nel mio intimo le parole della bambina: "Anche tu vuoi andartene e lasciarci orfani?". Alla fine mi alzai, dicendo a me stesso: "No, assolutamente no, non vi lascerò orfani, resto!".

Fu così che rimasi con loro. Dopo il pianto erano rinati in me il coraggio e l’entusiasmo.

Mi misi quanto prima all’opera, rimettendo a nuovo la residenza, i servizi e tutto quello che era necessario. Però il mio ideale era la scuola. La liberai dagli inquilini sgraditi, la rimisi a nuovo e poi lanciai il mio appello per accogliere tanti nuovi scolari, promettendo pure un premio a chi ne portava uno nuovo nella nostra scuola. Risposero al mio appello in modo meraviglioso: vennero tantissimi scolari.

Mi si presentò subito il problema economico, gli scolari erano quasi tutti figli di minatori dell’Ombelin che stentavano a vivere. Non mi abbattei. Chiesi aiuto al Centro Sociale Diocesano di Padang, ma la risposta fu perentoria: chiudere i battenti se gli scolari non potevano pagare la tassa scolastica. Non mi scoraggiai davanti a questa risposta, anzi mi spinse a cercare nuove vie di finanziamento Scrissi lettere su lettere: all’estero, ai miei benefattori, parlando loro di queste creature povere e desiderose di frequentare la scuola.

La Provvidenza mi venne in aiuto e tanto! Potei aiutare tutti i bambini nelle diverse spese scolastiche ed anche nella nutrizione e nel vestito. La mia giornata era assorbita quasi tutta da loro. Cercavo, soprattutto, di educarli al bene, all’acquisire la scienza ed a perdonare. Erano quasi tutti discendenti di criminali, e per questo portavano in se stessi lo spirito di odio e di vendetta.

Ma la veste bianca che indossavo parlava continuamente a loro che erano miei figli carissimi, senza distinzione di religione, di razza o di ceto sociale. Quanta fatica all’inizio ad educarli e dominarli, a far capire il senso del perdono e ad amarsi vicendevolmente secondo i principi di Dio. Alla fine il Signore premiò la mia costanza, appianando le difficoltà. Adagio, adagio la scuola si trasformò in un piccolo paradiso terrestre. Parecchie autorità vennero a farci visita, per congratularsi e conoscere il metodo adottato per tanta riuscita. Non era altro che l’amore, sempre pronto ad aiutare tutti.

Insegnai anche a cantare; per questo composi un canto adatto all’ambiente. Gli scolari lo cantavano volentieri: spesso si udiva dalle colline circostanti il canto "Kota Kwali", che riempiva sempre di gioia, soprattutto me personalmente.

E mi fermo qui, lasciando al "Libro della vita" tanti particolari duri che si riferiscono agli inizi di questa missione. Ai posteri continuarne la storia.



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