Testimone instancabile: Raoul, l'apostolo dei lebbrosi
La vita intera spesa per amare
Raoul Follereau era nato a Nevers, in Francia, nel 1903. Era un grande poeta e scrittore; ma con un bernoccolo speciale: combattere la miseria e l'ingiustizia sociale; denunciare l'egoismo di chi ha molto e non pensa a chi ha niente.
Già da giovanissimo, sentiva di essere cittadino del mondo; pensava all'umanità come a una grande famiglia.
Lanciava messaggi alla gioventù, molto prima che iniziasse la stagione dei grandi raduni mondiali della gioventù. Invitava a celebrare la giornata mondiale della pace prima che Paolo VI la istituisse. Lanciava iniziative fantastiche.
L'ora dei poveri: un gesto fraterno
Follereau l'aveva lanciato nel 1942, con queste parole: “Se si consacrasse, per il benessere di tutti, una parte minima di quanto gli uomini sprecano in sangue, in intelligenza, in oro, per uccidersi l'un l'altro e per distruggere, un grande passo verrebbe fatto sul cammino della redenzione umana. È a questo scopo che ho fondato l'Ora dei Poveri, chiedendo di devolvere almeno un'ora all'anno del proprio stipendio o reddito a sollievo degli infelici.
Gesto semplice, facile a farsi, alla portata di tutti, ma che ha un significato commovente. Infatti, non si tratta di un'offerta che si toglie distrattamente dal portafoglio per sbarazzarsi di un mendicante. Donare un'ora all'anno ai poveri significa dedicare loro questo momento della nostra vita, pensare a loro, consacrare loro il nostro lavoro. È un'opera d'amore. Non è un'elemosina, ma un gesto fraterno”.
Un giorno di guerra per la pace
Aveva scritto una lettera al presidente Roosevelt, nel 1944: “Prolungate la guerra di un giorno. Quando suonerà l'armistizio, tutti i belligeranti donino insieme, per opere di pace, quello che loro è costato un giorno di questa maledetta guerra”. Da allora, nei suoi appelli Follereau aveva continuato a proporre di “riconvertire le armi di morte in opere di vita”. Fino ad arrivare a chiedere, nel 1954, alle due superpotenze: “Rinunciate ciascuno a un bombardiere e noi potremo curare tutti i lebbrosi del mondo”.
Dieci anni dopo, si era rivolto al segretario generale delle Nazioni Unite U Thant: “Tutte le nazioni decidano che ogni anno, in occasione di una Giornata mondiale della Pace, preleveranno sui loro rispettivi bilanci quello che loro costa un giorno di armamenti e lo metteranno in comune per lottare contro le carestie, le miserie e le grandi malattie che decimano l'umanità... Un giorno di guerra per la pace. Si direbbe che non sono troppo esigente...”.
Stiamo ancora aspettando...
Allora, tre milioni di giovani dai 14 ai 20 anni, di 125 nazionalità, avevano firmato l'appello “un giorno di guerra per la pace”. Il 5 dicembre del 1969, l'Onu approvava la proposta quasi all'unanimità, domandando a ciascuno Stato di studiarne il modo per attuarla. Ad oggi, stiamo ancora aspettando: nessun governo - né di destra, né di centro, né di sinistra - è mai riuscito a trovare il modo per attuare quella proposta dell'Onu. Nessuno ha rinunciato a un bombardiere; nessuno ha sacrificato il bilancio della difesa per aiutare l'umanità. Dimenticanza? Mancanza di fantasia?
A dicembre del 2004, le agenzie umanitarie internazionali hanno di nuovo affermato che basterebbe il 10 per cento di quello che si spende per gli armamenti e per le guerre, per sanare le povertà del mondo. Hanno di nuovo affermato che un dollaro investito per i poveri renderebbe molto più di ogni altro investimento.
È questione di scelte intelligenti. Perché non sottoporre i governanti a un test d'intelligenza?








