Sud/Nord Notizie: Burundi, Sudan, Ciad, Congo
Sulla strada della pace
Elezioni e accordi
Burundi: ex ribelli vincenti. Netta affermazione degli ex ribelli di etnia hutu nelle elezioni parlamentari del 4 luglio scorso. Dopo aver vinto le elezioni comunali in giugno, le Forze per la difesa della democrazia (Fdd) hanno conquistato la maggioranza anche nell’ultimo turno elettorale. Il presidente, Domitien Ndayizeye, ha riconosciuto la vittoria dell’ex movimento di guerriglia. Il suo partito, Frodebu, a luglio aveva annunciato che non avrebbe presentato un proprio candidato alle elezioni presidenziali di agosto. “Sarebbe una perdita di tempo, dopo l’insufficiente risultato raggiunto alle legislative. Non abbiamo abbastanza posti nell’assemblea nazionale, perciò non vale la pena correre per la presidenza”, aveva commentato il portavoce del Frodebu. Secondo la nuova costituzione, il capo dello Stato è eletto dai parlamentari eletti dal popolo e dai senatori nominati dai consigli comunali. Con l’elezione del presidente, il Burundi conclude il periodo di transizione anche se continua l’insicurezza in alcune zone del Paese, uscito da 12 anni di guerra civile.
Sudan: nuova costituzione. Nella capitale Khartoum, è stata firmata dal capo di stato Omar el-Beshir la nuova Costituzione “transitoria” del Sudan. Vicepresidente sarà John Garang, storico leader dell’esercito di liberazione popolare del Sudan (Splam). Questo atto, definito “storico” per il Paese, è un passo importante per chiudere la guerra iniziata nel 1983 tra il nord e il sud, anche se è il frutto di un compromesso tra le parti.
Erano presenti dodici capi di stato africani, il segretario generale dell’Onu Kofi Annan e il segretario della Lega araba Amr Moussa. L’accordo di pace prevede la spartizione del potere, delle risorse petrolifere e un periodo transitorio di sei anni, al termine del quale il sud potrà decidere per l’indipendenza attraverso un referendum. La nuova Carta costituzionale prevede anche la libertà religiosa nel sud Sudan, un’area a prevalenza cristiana e animista, anche se la legge islamica (sharìa) resta la base della normativa statale. Da questo accordo resta ancora esclusa la regione del Darfur, dal 2003 teatro di un scontro armato e di una grave crisi umanitaria.
Ciad: referendum contestato. Il 6 giugno scorso il Ciad, attraverso un referendum, ha approvato le modifiche alla riforma costituzionale. Con questo voto, tra l’altro, è stato eliminato il limite di due mandati del capo dello Stato. L’opposizione, però, ha dichiarato che i risultati del referendum sono irreali e che la nuova Costituzione non può essere riconosciuta. Anche per la “Lega ciadiana dei diritti umani” la partecipazione alla consultazione popolare è stata molto bassa, pari al 20%. Il referendum sembra sia stato un pretesto per garantire al presidente Deby una facile riconferma alle elezioni del 2006.
Congo, terra tormentata
Elezioni rinviate. L’appuntamento con le urne, che in base agli accordi di pace si sarebbe dovuto tenere il 30 giugno scorso, è stato rinviato di sei mesi. Intanto, i Paesi donatori, hanno raccolto i fondi con cui finanziare le prime elezioni del Congo. Hanno messo a disposizione 100 milioni di euro. La comunità internazionale dovrebbe coprire interamente il preventivo di spesa (circa 400 milioni di dollari) per organizzare e svolgere le elezioni. Padre Trettel, saveriano e missionario in Congo, ha detto: “più che dei proclami dei politici, dell’Onu e dei leader internazionali, la grande forza su cui conta il Congo per andare avanti è la voglia di immensa tranquillità della gente, stanca di guerre, violenze e confusione. La gente si è svegliata dal torpore!”.
Embargo violato. Amnesty International ha denunciato il traffico di grandi quantità di armi e munizioni che sarebbero state trasportate da compagnie di volo inglesi dall’Europa dell’est verso alcune regioni del Congo, nonostante nel Paese sia in vigore un embargo decretato dalle Nazioni Unite. Tra ottobre e novembre del 2002, ad esempio, sei carichi di armi di produzione albanese sarebbero stati portati da Tirana in Ruanda, e da qui fatti arrivare alle milizie operanti in Congo e coinvolte in crimini contro l’umanità. Amnesty, che da tempo conduce una campagna per l’adozione di un Trattato internazionale sulle armi, ha chiesto alle Nazioni Unite di rafforzare le restrizioni per gli stati responsabili di aver esportato armi alle milizie congolesi. Inoltre, chiede che tutti i voli nel Congo siano monitorati, 24 ore su 24, da ispettori dell’Onu.
Trentanove civili, quasi tutti donne e bambini, sono stati massacrati da guerriglieri hutu rwandesi. I criminali hanno chiuso gli abitanti di un villaggio nelle loro capanne e poi hanno dato fuoco alle abitazioni. I miliziani sostengono di aver compiuto il massacro perché gli abitanti del villaggio avevano aiutato in passato i “caschi blu”. Mentre uccidevano le loro vittime, le hanno schernite urlando loro di chiedere aiuto, in quel momento, ai militari dell’Onu.








