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È iniziato un nuovo tempo per la Siria. Ed è di nuovo un tempo difficile. La narrazione che racconta di un cambio di regime riuscito e in via di assestamento, con nuovi leader di matrice islamista in cerca di accreditamento internazionale, dopo lo schianto del blocco di potere coagulatosi per oltre 50 anni intorno al clan degli Assad, è fuorviante. Non viene considerata la violenza diffusa e la paura che hanno ripreso a tingere le giornate di buona parte del popolo siriano. Una violenza che sembra una trappola in cui cadono tutti quelli che qui conquistano il potere. Ci sono persone che spariscono, le prigioni si riempiono e lì dentro non si sa più chi è ancora vivo o chi è morto. Ci sono torture inflitte in pubblico a quelli accusati di connivenza col regime che è crollato. E anche diversi casi di giovani cristiani minacciati e seviziati sulla strada, davanti a tutti, per incutere terrore e costringerli a abiurare la fede e diventare musulmani. Crimini che avvengono lontano da Damasco, dove sono concentrati i giornalisti.
Io accolgo le persone. Provo a incoraggiare, consolare, chiedo di aver pazienza, cerco soluzioni. Ci sono stati incontri belli con diversi gruppi. Ma quando le violenze aumentano, le nostre parole e i nostri inviti alla pazienza non riescono a convincerli. Il regime di prima si presentava come quello che difendeva i cristiani. Adesso, molti sacerdoti sono pessimisti sul futuro. La mia risposta è sempre la stessa: in ogni caso, la situazione rimane imparagonabile a quella di prima, quando ci sono stati crimini inimmaginabili. Ma da quando sono accadute le nuove violenze, c’è chi dice: “Hai visto, è vero quello che diceva Bashar al Assad”. Il risultato è che adesso, ancora più di prima, tanti cristiani non vedono altra strada che emigrare. E per noi è difficile dire che dobbiamo vivere nella speranza. Ci proviamo, ma le persone non credono ai nostri discorsi. Quello che vivono e che vedono è troppo diverso.
La realtà è che non c’è un governo. Ci sono gruppi armati, diversi tra loro. Alcuni sono fanatici, altri no. E ognuno ha il suo potere e impone la sua regola, nei territori che controlla. E di armi ne hanno tante, ora che hanno preso anche quelle del vecchio regime. Noi continuiamo la nostra vita come parrocchie e come diocesi, giorno per giorno. Si può ripartire solo dai bambini e dai ragazzi, dopo che la guerra ha cancellato tutto. E, insieme a loro, ripartire dalle cose essenziali, primordiali (a cura di Gianni Valente, Fides news).



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