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Dalla Lettera di Auguri di mons. Livio Corazza, vescovo di Forlì-Bertinoro, per le sorelle e i fratelli di vita consacrata.

Carissime sorelle e carissimi fratelli, le circostanze non ci consentono di incontrarci come avremmo desiderato ma, almeno per iscritto, cerco di esprimervi quello che avrei voluto dirvi a voce.

Vi ringrazio, innanzitutto, ancora una volta, per la vostra presenza e testimonianza. Ringrazio il Signore per il grande dono della scelta religiosa che voi incarnate quotidianamente. Ci si rivolge spesso ai religiosi per tanti servizi, in particolare per l’impegno scolastico e formativo, che voi portate avanti. Servizi preziosi e riconosciuti, anche se non sempre in modo adeguato. Ma il servizio più grande è proprio la vostra scelta di dedicare la vita al Signore, secondo i carismi del vostro ordine religioso. Con i piedi ben piantati su questa terra, ma con gli occhi rivolti al Signore.

Aiutateci a rivolgere i nostri occhi al Signore che viene, che è venuto e che verrà. Siete importanti sempre, ma ancora di più in questi tempi di pandemia. Oggi più che mai ci è chiesto di rinnovare la nostra testimonianza di uomini e donne servitori della chiesa. Oggi più che mai siamo chiamati a rendere ragione della speranza che è in noi: e se non ora, quando? Sono ben consapevole delle difficoltà che anche voi incontrate in questi tempi, anche prima della pandemia, ma il Signore ci dona la grazia della sua presenza e del suo amore.

Cosa ci chiede il Signore in questo momento? Ricordo una bella espressione di papa Francesco: “I religiosi e le religiose sono uomini e donne che illuminano il futuro” (Lettera in occasione dell'Anno della Vita Consacrata, 21 novembre 2014). Nonostante le fatiche e le nostre debolezze, le persone hanno bisogno di donne e uomini che sappiano leggere questo tempo così difficile e faticoso con gli occhi della fede che suscita speranza. C’è ancora più bisogno della vostra testimonianza che dei vostri tanti servizi.

Nella lettera apostolica Patris corde, papa Francesco ci ricorda: “Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso, esercita la paternità nei suoi confronti. Nella società del nostro tempo, spesso i figli sembrano essere orfani di padre. Anche la Chiesa di oggi ha bisogno di padri. Siamo tutti sempre nella condizione di Giuseppe: ombra dell’unico Padre celeste, che «fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Mt. 5,45); e ombra che segue il Figlio”.



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