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Dopo il tempo dedicato allo studio della lingua (che non finisce mai!) e della cultura thailandese, eccoci pronti per iniziare la missione in questa nazione. Tanti saveriani, famigliari e amici, sono curiosi di sapere cosa faremo e dove andremo, in questa nuova impresa dei saveriani.

Il cammino di discernimento

Questi due anni ci hanno permesso di prendere contatto con la realtà sociale ed ecclesiale della Thailandia. Tra un corso e l’altro di lingua, abbiamo approfittato per visitare e vedere più da vicino le possibili realtà e i possibili campi dove portare il nostro contributo. Questo periodo, quindi, è stato un tempo di discernimento e riflessione in vista di una scelta concreta.

Più volte abbiamo presentato ai vescovi, ai preti, ai religiosi e ai laici il nostro carisma: “Siamo qui per l’annuncio della Buona Novella tra i non cristiani e, tra i non cristiani, privilegiamo le situazioni con forme di povertà non​ solo economica, ma esistenziale”. La reazione è stata più che positiva. Si sono aperte tante porte, perché effettivamente le necessità della società e della chiesa thailandese sono tante.

La nostra presenza a Nakhonsawan

In Thailandia ci sono dieci diocesi, tutte molto vaste e con una minima presenza di cristiani. La nostra scelta si è orientata verso la diocesi più grande, più bisognosa di sacerdoti, con una grande presenza di non cristiani e con una realtà sociale molto molto povera. Il nome di questa diocesi è Nakhonsawan, che significa “città del paradiso”. La diocesi è molto vasta, divisa in tre zone pastorali. La nostra zona confina con il Myanmar, con una presenza massiccia di immigrati. Accanto a loro, ci sono numerosi gruppi etnici, ognuno con lingua, usi e costumi propri.

L’ultima parrocchia e poi campo aperto…

Tenendo conto del nostro carisma e della grande difficoltà nel lavoro di evangelizzazione, il vescovo mons. Joseph Pibul, ci ha affidato la parrocchia più lontana, dopo la quale ci sono solo villaggi di confine, dove non c’è alcuna presenza cristiana.

La vita della gente di questa zona è semplice e povera. La maggior parte vive del lavoro dei campi, per cui la vita sociale e famigliare è legata alle stagioni, ai raccolti e ai lavori nelle piantagioni. Nel villaggio al centro della parrocchia, dedicata a “San Giuseppe Operaio”, vivono appena 70 cristiani, ma in tanti villaggi, vicini e lontani, non c’è neanche un cristiano. Le religioni predominanti sono buddhismo e animismo.

Il nostro impegno apostolico

Cosa faremo praticamente? Sono tre i principali campi dove i saveriani dovranno rimboccarsi le maniche.

1. Contatto con i cristiani

Questo primo impegno è molto importante. L’annuncio tra i non cristiani, che è la nostra priorità, non può essere fatto solo da noi. Abbiamo bisogno di entrare in contatto con i pochi fedeli cristiani, capire le loro necessità, aiutarli a crescere nella fede e riflettere con loro sul tipo di lavoro missionario che possiamo svolgere tra i non cristiani. Tutti i cristiani, infatti, devono essere missionari, portatori della Buona Novella.

Con i cristiani, cercheremo di conoscere la realtà dei villaggi, di capire come andare incontro alle necessità dei più poveri e di offrire nuove opportunità, soprattutto ai giovani. Ci prenderemo a cuore le scuole; ci impegneremo con i bambini e i giovani. Anche qui, si tratterà di capire, pian piano, i tempi e i modi per andare incontro ai loro bisogni e aiutarli a realizzarsi nella vita.

2. Il lavoro nei campi profughi

Nella zona a noi affidata ci sono due grandi campi profughi: uno con circa 15mila persone, l’altro con circa 30mila. All’interno dei campi vivono anche alcuni cristiani; per cui, il nostro primo impegno è accompagnarli nel loro cammino di fede, assicurando loro la Messa e le confessioni. Pur nelle difficoltà, dovute alla situazione politica e ai permessi vari, è nostro desiderio entrare in contatto con questa gente e creare una rete con altre realtà che già stanno aiutando in vari modi.

Vogliamo essere più vicini a questa gente, che sono i prediletti nel nostro impegno missionario. Uno di noi ha già ricevuto il permesso per entrare “liberamente” in questi due campi e con l’aiuto di alcune suore locali pian piano inizieremo il nostro apostolato.

3. Visita ai villaggi per un primo contatto in vista del primo annuncio

Attorno al nostro centro, decine e decine di villaggi aspettano l’arrivo della Buona Notizia (solo in un villaggio c’è una chiesa battista). Abbiamo chiesto informazioni più precise, ma proprio perché non ci sono cristiani non si sa molto, né sul numero dei villaggi né sulla vita della gente. Quindi, un grande impegno da parte nostra sarà stabilire un primo contatto con i villaggi, molto distanti tra loro e con lingua e costumi diversi.

È importante entrare in contatto con la gente, conoscerla e creare un rapporto e capire come la nostra presenza può essere di aiuto nella loro vita, sicuri che saremo noi stessi a ricevere tanto dalla gente semplice e umile che abita in questi luoghi. Con il tempo, cercheremo di riflettere anche su una possibile proposta di catecumenato, sempre con l’aiuto dei catechisti e dei cristiani.

La nostra presenza a Bangkok

Fin dall’inizio, ci siamo resi conto che anche una nostra presenza a Bangkok poteva essere in linea con il carisma saveriano. Se è tanto importante la nostra presenza in posti isolati e disagiati, è altrettanto importante l’apostolato nelle grandi città, dove forti sono le contraddizioni e urgente la necessità di annunciare Cristo.

Ci siamo fatti aiutare da missionari e laici esperti, che da anni vivono in questa nazione. Abbiamo visitato tanti luoghi, siamo andati a incontrare operatori pastorali nelle parrocchie, nei quartieri poveri, nelle scuole e in altri ambiti. Insomma, ci siamo messi alla ricerca di un possibile ambiente, dove pian piano inserirci.

La scelta del quartiere Samut Sakhon

Dopo mesi di confronto e ricerche, ci siamo resi conto della difficoltà di inserirsi in un contesto complesso come quello di Bangkok; soprattutto abbiamo capito che in ogni angolo della città ci sarebbe la necessità di fare qualche cosa, come missionari e testimoni di Cristo. Ci siamo affidati al vescovo, chiedendogli di proporci un luogo dove iniziare a portare un nostro piccolo contributo.

La proposta del vescovo, che si chiama Francesco Saverio (un nome migliore non poteva esserci per noi “saveriani”!), è caduta sul grande quartiere di Samut Sakhon, fuori Bangkok.

Questo quartiere, che è come una grande città, è noto per la grande presenza di immigrati dal Myanmar (circa 500mila) e di tanti thailandesi provenienti da altre parti della nazione, costretti da motivi economici a migrare in massa in cerca di impiego nelle fabbriche e nella pesca.

Le nostre modeste aspettative

È una realtà molto povera e con pochissimi cristiani. In tutta la zona c’è solo una chiesa cattolica. Legati alla parrocchia, ci sono alcuni centri e scuole creati per le famiglie povere. Da qualche anno, alcuni religiosi stanno svolgendo qui il loro apostolato.

A settembre scorso abbiamo iniziato a essere presenti in questa zona. Sarà per noi un tempo di prova e di inserimento, per capire meglio come essere missionari. Non abbiamo ancora grandi progetti. Cercheremo di conoscere la vita della gente, cercando di capire come possiamo essere strumenti utili nelle mani di Dio.

Conclusione

Fin dal nostro arrivo in Thailandia per questa nuova missione saveriana, abbiamo sentito vicino a noi i nostri confratelli, i famigliari, gli amici, i benefattori. Grazie per il vostro affetto e la vostra amicizia. Ora vi chiediamo di continuare a seguirci, a sostenerci, a fare missione con noi. 



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