Siamo fatti per andare... Ma perché vai lì, che c'è la guerra?
Posso dire con tutta sincerità che questa sosta di quattro anni in Friuli mi ha dato moltissimo. Mi ha aiutato a conoscere questa nostra società, questo stupendo Friuli, entrambi così cambiati durante la mia assenza. Avevo proprio bisogno di mettermi al passo, di rinnovarmi...
Con il Congo nella mente
Devo ammettere, per onestà, che ho vissuto anche dei momenti significativi che mi hanno marcato in profondità. Si tratta senz'altro di tutti quegli incontri con i vari gruppi che ho avuto nelle parrocchie, appena tornato dal Congo. Poi tutti quelli che ho potuto realizzare in casa nostra, come pure in alcune scuole, accompagnato dal compianto e carissimo padre Roberto Dal Forno.
Ho cercato di presentare i problemi che assillano la nazione del Congo, grande otto volte l'Italia... Non potevo dimenticare i lunghi anni di guerra, che hanno sconvolto questa grande nazione causando tre milioni e mezzo di morti, e forse di più. Certamente, i pericoli per i quali io, assieme ai miei confratelli, siamo passati non sono stati pochi.
Un'esperienza positiva
Non riparto perché frustrato o pessimista. Il periodo che ho trascorso a Udine è stato seminato di esperienze belle, che hanno certamente lasciato un segno nella mia vita e mi hanno aiutato a crescere ancora di più in umanità e come sacerdote. Ricordo con piacere il periodo di servizio pastorale in città, nella parrocchia di Paterno. Il contatto con tante persone e con nuove realtà mi hanno arricchito.
Se devo essere sincero fino in fondo, quando arrivai a Udine fin dall'inizio dissi che volevo ripartire il più presto possibile. Ero rientrato in Italia per un anno sabbatico di riposo, studio e aggiornamento. Ma succede sempre l'imprevisto: i superiori mi hanno chiesto di rimanere in Italia ancora per qualche anno. All'inizio mi è costato molto rinunciare alla missione. Ma ora non mi resta che dire grazie al Signore perché, come ho già detto, quest'esperienza è stata più che positiva per me.
E come se non bastasse, a settembre del 2007 mi è stato chiesto anche un anno di servizio come superiore nella comunità saveriana. Ho accettato con molto timore, perché non è secondo il mio stile di vita prendere impegni di questo genere... Preferisco rimanere in seconda linea. Devo ammettere però che non mi sono mai sentito solo. In particolare dopo la morte di p. Roberto, i confratelli mi sono stati vicini, e per questo devo ringraziarli.
Non possiamo ritirarci
C'è una domanda che molti, dopo che hanno saputo della mia possibilità di ripartire, mi pongono, forse anche giustamente: "Ma come mai te ne vai, quando qui ti sei ben accorto che c'è tanto bisogno? Non vedi che i preti sono sempre meno e in Congo sta riprendendo la guerra?".
È vero che si fa missione dovunque, ma noi saveriani per vocazione siamo chiamati ad andare ai lontani, dove il vangelo non è stato ancora annunciato. Questa missione deve continuare sempre, anche nei momenti difficili. Non possiamo ritirarci perché c'è la guerra. È proprio in quei momenti drammatici che la gente ha più bisogno di noi, della nostra vicinanza e della nostra solidarietà. Cristo ci ha dato l'esempio: non si è ritirato di fronte alla morte.








