Primo Battistini - Vocazione missionaria del prete
Prete in Romagna e saveriano in Amazzonia
Sono nato a Montiano, in provincia di Forlì-Cesena. Ho studiato nel seminario minore di Cesena e poi nel seminario regionale di Bologna. Sono sacerdote dal giorno di san Pietro del 1965.
Tre buoni seminatori
Negli anni del liceo e della teologia sentivo che lo Spirito Santo stava seminando qualcosa in me. Per seminare, si servì di alcuni saveriani ben conosciuti in Italia: p. Callisto Vanzin con il suo libro “Evangelizzazione delle culture” che lessi più volte; p. Walter Gardini con la rivista saveriana “Fede e Civiltà” in cui si rivolgeva anche ai movimenti studenteschi con i suoi articoli di animazione missionaria.
Questi missionari venivano anche nel seminario di Bologna per tenerci delle conferenze che noi seminaristi apprezzavamo molto.
Divenuto prete, per aprirmi nel rinnovamento conciliare, trovai un’ottima guida nei libri e nelle conferenze di padre Meo Elia, anch’egli saveriano e grande animatore missionario in Italia, poi diventato direttore della rivista “Missione Oggi” ed ora missionario in Amazzonia.
“Anche questa è missione”
Altri ottimi agricoltori, al servizio dello Spirito Santo, furono alcuni sacerdoti diocesani, partiti per il Mozambico e la Colombia. Avevamo creato per loro un gruppo di solidarietà perché eravamo convinti che la loro forte motivazione personale dovesse avere un adeguato appoggio dalla diocesi.
Ultimo agricoltore fu il Concilio Vaticano II che ha dichiarato che la chiesa tutta, non più solo i missionari, è responsabile della missione. Se questo è vero per tutti i battezzati, allora noi preti che facciamo?
Durante gli studi teologici, ho detto al vescovo che volevo diventare missionario. Le mie richieste al vescovo erano sempre più frequenti e insistenti, ma le sue risposte erano sempre altrettanto più evasive. Fino a sentirmi dire esplicitamente dal vescovo che mi mandava nella parrocchia di Gatteo Mare e Boschetto, affermando che: “Anche questa è missione!”.
La cartuccia giusta
La chiesa del Concilio mi fece cambiare tattica. Ormai in crisi, decisi di sparare una cartuccia che ritenevo fosse di effetto sicuro, perché di valore “teologico”.
Decisi di non chiedere più, ma di aspettare l’ordine di partire, perché - pensavo - se nel Concilio è lo Spirito Santo che ha fatto capire ai vescovi di essere responsabili anche della chiesa universale, lui stesso farà capire anche al mio vescovo questa sua responsabilità missionaria. Dio premiò la mia fede. Ero cappellano da tre anni a sant’Agostino di Cesena, quando il vescovo mi chiamò e disse: “Se ancora lo vuoi, puoi partire”.
Entrai subito nel noviziato saveriano a Nizza Monferrato e, dopo due anni di rodaggio nella comunità di Tavernerio (CO), nel 1972 sono partito per essere missionario in Amazzonia. Dedico tutto il tempo che posso alle comunità ecclesiali di base, che sono il nuovo modo di essere chiesa in America Latina.
Le comunità sono valide per animare le parrocchie con la liturgia partecipata, con la bibbia in mano ai fedeli, per l’impegno nel campo sociale, nell’opzione per i poveri, per il ruolo della donna, per impegnare tutti nella vita cristiana.







