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Sud Sudan: serve nuovo accordo. “Nonostante l’accordo di pace firmato a settembre, violenze e scontri continuano”; lo affermano i vescovi del Sud Sudan. In particolare, il modello di "condivisione del potere" incoraggia le parti a contrattare posti e percentuali di potere, invece di lavorare per il bene del Paese. Alcune parti firmatarie dell'accordo affermano di non essere state consultate in merito e che sono state sottoposte a pressioni per firmarlo, per cui non si sentono vincolate a rispettarlo. “Il valore della vita e della dignità umana è dimenticato poiché le violazioni dei diritti umani continuano impunemente; le azioni non corrispondono alle parole…”.

  • p.6 cina africaSotto le ali di Pechino. Per proteggere i suoi investimenti, per rispondere alle richieste dei singoli stati, per accreditarsi come potenza, la Cina si sta rapidamente allargando in Africa anche sul piano della sicurezza. Secondo recenti studi, la Cina è diventata il secondo fornitore di armi al continente africano. I maggiori clienti sono Algeria, Tanzania, Marocco e Nigeria. E gioca un ruolo importante anche in materia di addestramento e formazione, come ad esempio in Tanzania. È il maggior fornitore di truppe alle forze di mantenimento della pace Onu e il secondo finanziatore delle operazioni di pace. La sfida è diversificare la sua offerta in funzione delle nuove minacce, quali terrorismo e insurrezioni… (François Misser - Africa)

  • Ghana: reporter sotto tiro. L’uccisione a sangue freddo del giornalista investigativo Ahmed Hussein-Suale ha scosso il paese. Il sospetto è che si tratti di un omicidio su commissione. L’opinione pubblica punta il dito contro il suo principale detrattore pubblico, il deputato Kennedy Ohene Agyapong che lo aveva minacciato in TV. Ahmed era il braccio destro di Anas Aremeyaw Anas, tra i più noti giornalisti investigativi del continente sub-sahariano che ha svolto inchieste che hanno scosso e disturbato le più alte istituzioni o personaggi pubblici, dopo mesi di appostamenti, spostamenti, intercettazioni. Il messaggio di Anas è stato uno: “Non saremo messi a tacere”.
  • Scontro tra… Unioni. L’organismo africano (Ua) considera i centri di detenzione in Africa, voluti dall’Unione europea (Ue), una violazione del diritto internazionale e un tentativo di creare “un moderno mercato degli schiavi”. Critico anche il parlamento europeo. Lo rivela il quotidiano The Guardian che ha messo le mani su un documento riservato dell’Ua. Nel documento si afferma che stabilire “centri di detenzione de facto” sul suolo africano è una violazione del diritto internazionale, perché sono calpestati i diritti delle persone rinchiuse. L’Europa vorrebbe estendere la modalità già in atto in Libia, dove si trovano 800mila migranti di cui 20mila nei centri di detenzione. Il Marocco ha rigettato il piano europeo, ma l’Ua teme che altri stati possano accettarlo in cambio di finanziamenti a progetti di sviluppo (François Misser - Africa).
  • Haiti: la crisi continua. Haiti continua a vivere gravi episodi di corruzione e violenza. Gli scontri fra polizia e giovani armati sulle barricate organizzate a Port-au-Prince e in altre città del paese non sono apparsi sulle prime pagine della stampa internazionale; tuttavia rivelano il perdurare della crisi e del conflitto sociale. Il regime continua a reprimere brutalmente le proteste mentre i manifestanti chiedono, tra le altre cose, le dimissioni del Presidente Moïse. In questo contesto, scuole e orfanotrofi non hanno più cibo per i bambini. Sul campo ci sono i Redentoristi che affermano: “Denunciamo la corruzione alla quale hanno partecipato diverse autorità, incluso l'attuale presidente”. Si riaccendano i riflettori su Haiti dopo il terremoto del 2010!
  • Siria: cristiani al 2%. Dopo il conflitto che ha dilaniato la Siria per 7 anni, la componente cristiana della popolazione siriana è scesa intorno al 2%. E la presenza cristiana in Medio Oriente corre il rischio di estinguersi non tanto perché vengono distrutte le chiese, ma perché gli uomini emigrano all’estero, mentre le famiglie con un coniuge cristiano e uno musulmano seguiranno la religione islamica. Lo ha detto il cardinale Mario Zenari, Nunzio apostolico in Siria.

L’iniziativa

India, giustizia per i fuoricasta

Migliaia di cristiani e musulmani si sono radunati per la grande manifestazione del 12 marzo, a New Delhi, per chiedere la fine della discriminazione e legittimi diritti per dalit e fuoricasta. Al corteo hanno preso parte leader politici, membri del Parlamento, vescovi e leader ecclesiali, leader dei Dalit non solo cristiani e musulmani, avvocati attivisti per i diritti umani. Michael, attivista per i diritti umani e leader laico cattolico, definisce "un’assurdità che ad alcuni gruppi di cittadini indiani, tra i più svantaggiati, sia negato il diritto di accedere a posti riservati in istituti scolastici o sui luoghi di lavoro, o l'accesso ad altri benefici, stabiliti per legge, solo perché praticano la fede cristiana e l'islam". Secondo stime ufficiali, i "dalit" (o fuoricasta) in India sono oltre 300 milioni (circa il 25% della popolazione). Sono socialmente, economicamente, culturalmente, politicamente arretrati ed emarginati. Molti cristiani e musulmani in India sono nati in comunità di "dalit" e continuano a sperimentare l'esclusione e lo stigma dell'intoccabilità.

La voce dei missionari

Il crocifisso di chiodi di p. Gigi Maccalli

p.6 Revelli SMAIl rapimento di p. Luigi Maccalli, missionario in Niger, e la mancanza di notizie sul suo conto dal 17 settembre 2018 continuano ad alimentare preghiere, ricordi, solidarietà e speranza per la sua liberazione. Tra le molteplici testimonianze, p. Matteo Revelli, della Società per le Missioni Africane (SMA), parroco di S. François d’Assise a Fès, ha raccontato a Fides di quando nel 2003 p. Gigi era andato a fargli visita. “In quell’occasione - ricorda p. Revelli - mi aveva regalato un piccolo crocifisso composto di chiodi intrecciati, finemente uniti da un fil di ferro. L’insieme sprigiona un sentimento di austerità e bellezza. Suo papà Giovanni era stato l’artista di questo crocifisso. Aveva imparato a farlo e nelle serate d’inverno passava il suo tempo in queste sue modeste opere d’arte, che poi erano consegnate in Africa ai catechisti, e perfino a me. L’ho tolto dall’armadio per deporlo sull’altare della mia cappella, dove prego sovente anche con gli studenti, per ricordarmi di Gigi, forse in una capanna con la porta inchiodata, segno che, nell’Amore vero, le spine e i chiodi non possono mai mancare. Noi tutti preghiamo per lui e speriamo di poterlo riabbracciare”.

Una storia speciale

Quattro donne contro la Shell

pUn processo storico si è aperto a L'Aja, in Olanda. Esther Kiobel (nella foto), Victoria Bera, Blessing Eawo e Charity Levula, quattro delle vedove dei nove attivisti del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni (Mosop) giustiziati nel novembre del 1995 dalle autorità nigeriane, hanno portato in tribunale la multinazionale Shell, accusata di molteplici violazioni dei diritti umani e di aver svolto un ruolo attivo nella morte dei loro mariti.
All'epoca, la Nigeria era sotto la spietata dittatura di Sani Abacha e gli Ogoni, una delle popolazioni del Delta del Niger (la regione più ricca di petrolio), avevano inscenato varie proteste pacifiche. In decenni di attività, la Shell aveva inquinato in maniera estesa il loro territorio, senza mai procedere con alcuna bonifica. Tra i nove membri del Mosop trucidati c'era anche il drammaturgo e poeta Ken Saro-Wiwa. Le imputazioni nei confronti degli Ogoni erano palesemente inventate. Nonostante una forte mobilitazione a livello mondiale, furono condannati a morte. Ora i giudici sono chiamati a decidere se la Shell possa essere ritenuta complice del governo nell'uccisione dei nove e nella sanguinosa repressione contro gli Ogoni. Luca Manes



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