Parlando con una giovane del Gabon: Il Dio della mia vita è...
Qualche giorno fa, è venuta a trovarmi Ernesty, una giovane del Gabon. È in Italia da quasi un anno, accolta dall’associazione "Pozzo di Sicar", dove anch’io collaboro. Parla bene il francese e se la cava con l’italiano. Ha studiato informatica all’università nel suo paese, parla con concetti chiari ed è una cristiana convinta.
La fraternità è possibile
Nella conversazione, mi chiede perché mi trovo in Italia, della mia scelta di essere missionario, della fraternità saveriana... Poi mi parla della sua vita, di gioie e dolori. Ernesty racconta di aver trovato un’Europa persa da come l’aveva pensata. Aveva in testa l’immagine di un continente del bengodi. Invece, ha scoperto un'altra realtà, ma non si pente di essere qui. Ernesty ha lasciato in Africa due figli, di nove e cinque anni. L’unica preoccupazione è la felicità dei suoi figli. Dice: "Soffro per loro, ma confido in Dio".
Arrivata in Italia, pensava di essere accolta dai connazionali, ma nessuno si è fatto vivo. Con sua grande sorpresa, sono stati gli italiani ad accoglierla e a darle speranza. "Ho capito che avrei dovuto entrare in una vita più aperta, che supera il cerchio tribale ed etnico. Ho capito che un’altra fraternità è possibile, al di là del colore, dell’etnia, del sangue". Solo una cosa fa male a Ernesty: essere considerata non con rispetto, ma con pietà. Tanti provano pietà della povera africana che chiede aiuto, ma non vedono in lei una persona degna di considerazione.
Abbiamo parlato di Dio
Di solito quando incontro altri africani parliamo di politica, della situazione sociale, degli ultimi avvenimenti dei nostri paesi. Spesso mi capita di parlare della vita in Italia, dell’integrazione, di come mantenere il legame tra ciò che ci offre il mondo occidentale e la nostra identità africana. Quasi mai capita di parlare delle nostre esperienze di vita nella fede: "chi è il Dio della nostra vita?".
Ernesty è convinta che il nostro Dio non è un carabiniere, ma un Padre che ci dà la vita. Non è un Dio degli occidentali, degli africani o degli orientali, ma un Dio di tutti gli uomini. È un Dio presente nel volto del prossimo, che invita ciascuno di noi alla fraternità, all’accoglienza e al rispetto. Non è un Dio dei pieti che crea nell’uomo angoscia e paura, ma un Dio che ci libera e ci rende capaci di amare. Ernesty mi ha parlato di questo Dio che lei ha invocato, pregato e sentito vicino, anche nei momenti più difficili della sua avventura in Italia. Una bella testimonianza!
Chi sono i veri cristiani?
Ernesty in Italia ha acquistato anche un altro modo di vedere le cose. È convinta che non deve vivere come un’italiana, ma come un’africana, mettendo in evidenza i valori della sua terra. Mi spiega che da quando è in Italia, apprezza di più la sua cultura e ha imparato a dare meno valore a tante cose dell’occidente, che prima credeva fossero il modello assoluto.
E mi parla ancora della sua convinzione di fede: "Pensavo che i pagani fossimo noi africani e gli occidentali fossero tutti figli di Dio. Poi ho capito che pagani sono coloro che, pur conoscendo Gesù, si comportano in modo contrario alla fede. Pagani sono coloro che nella tradizione africana vedono solo superstizioni e ignorano la forza dello Spirito Santo. Pagani sono coloro che continuano ad ammazzare i loro fratelli, fanno la guerra per interessi personali e non vedono negli altri il volto di Dio".
Per Ernesty, la vita cristiana significa vivere in sintonia con la fede che si professa: "Ho capito che vivere in Cristo è il grande dono che Dio mi ha fatto".
La storia del "Pozzo di Sicar"
L’associazione "Pozzo di Sicar" è una casa che accoglie donne straniere in difficoltà, per favorirne l’integrazione e l’incontro interculturale. È stata creata nel 1993 con lo scopo di affrontare il "problema" dell’immigrazione non solo in termini di emergenza e interventi tampone, che spesso fanno aumentare l’emarginazione nei confronti degli stranieri. Al contrario, qui si cerca di superare l’assistenzialismo, con soluzioni che portano all’arricchimento reciproco, culturale, umano e spirituale.
Il "Pozzo" è guidato dalla famiglia Gianpellegrini, che per tanti anni ha lavorato in Perù, e dalla signorina Mariella. Loro vivono con le ospiti. Poi ci sono tanti volontari che si danno da fare, sia nella casa d’accoglienza sia con le strutture operanti nel territorio.
Noi saveriani collaboriamo con il "Pozzo" come assistenti spirituali. Siamo in quattro: le saveriane Verina e Veronica, Alphonsus e io, studenti di teologia. Organizziamo momenti di preghiera, riflessione e di scambio spirituale. L’impostazione è cristiana, ma rispettiamo le ospiti e i volontari nelle loro persità religiose e culturali.
Sono contento, perché è un’esperienza positiva, che richiede presenza e testimonianza. È una scuola di vita, in cui imparo la gratuità e la disponibilità.
Ogni ospite, con la sua storia, il suo sorriso, la sua fede e fiducia in Dio, mi arricchisce molto.








