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Padre Ivaldo Casula e la famiglia Saccarola

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Più di una volta abbiamo parlato della collaborazione tra i saveriani e la parrocchia dei santi Gervasio e Protasio di Carpenedo. La morte improvvisa di p. Ivaldo Casula in Sierra Leone ha portato alla luce un’altra storia che vi voglio raccontare.

Come colmare quel vuoto?

Tra il 1950 e il 1965, nell’istituto saveriano di Zelarino c’erano un centinaio di ragazzi aspiranti missionari. Provenivano da tutta Italia e frequentavano le scuole superiori. I saveriani si preoccupavano non solo della formazione scolastica e spirituale, ma anche della loro crescita, in una situazione economica non facile. Per questo, dopo le molte ore di scuola settimanali, "si riposavano" andando a predicare le giornate missionarie nelle parrocchie.
Era il 1959. Nella chiesa di Carpenedo, ascoltava con attenzione la predica del missionario la signora Amelia Saccarola, madre di otto figli. Mario, il figlio più giovane, non ancora ventenne, era partito per la guerra a febbraio del ‘44, senza fare ritorno. Chi poteva riempire il vuoto rimasto nel cuore? Pensò subito a un aspirante missionario da sostenere negli studi. Ne parlò al marito Angelo e p. Giuseppe Scremin, allora rettore a Zelarino, le affidò il giovane Ivaldo, di 16 anni, appena arrivato dalla Sardegna.
Sono andato a trovare Mariuccia e Annamaria, figlia e nuora di Amelia. Ecco come ricordano l’esperienza dell'adozione missionaria.

Il commovente racconto di Mariuccia e Annamaria

"Mamma Amelia andava a Zelarino a trovare Ivaldo e a pagare la retta, e anche lui veniva a trovarci. Un giorno arrivò dalla Sardegna il papà di Ivaldo, che incontrò Amelia e Angelo. La stima e l’affetto univano le due famiglie, così come la preghiera per il buon esito della vocazione del loro figlio.
Diventato sacerdote nel settembre del 1970, p. Ivaldo fu invitato dal parroco don Armando Trevisiol a celebrare una Messa a Carpenedo. Fu una festa per la famiglia Saccarola, ma anche per tutta la parrocchia dei santi Gervasio e Protasio. Fu la prima di tante Messe che p. Ivaldo ha celebrato tra noi, ogni volta che veniva a trovare la sua madrina e la sua famiglia adottiva. Era diventato di famiglia e pernottava nella casa di mamma. La sera organizzavamo una cena tutti insieme, contenti di ascoltare il racconto del suo lavoro tra i giovani studenti.
 
A settembre dell'anno scorso, p. Ivaldo era tornato in Italia per curarsi da un’infezione. Gli avevamo chiesto di fermarsi un po’, ma lui doveva andare a cercare l’acqua - aveva le doti del rabdomante! - e poi, in Sierra Leone lo aspettavano gli studenti del "Fatima Institute", un collegio universitario cattolico che aveva iniziato le attività da due anni. A Natale, grandi e piccoli, abbiamo ridotto le spese dei regali per inviare un aiuto sostanzioso alla sua scuola.
Prima di Pasqua gli abbiamo telefonato per gli auguri. Diceva che si sentiva stanco. Antonietta, una delle cognate, lo ha chiamato proprio giovedì santo. Ha risposto con voce affaticata, ma serena: "Tra giorni avrete una bella notizia". Poi il telefono non ha più risposto. Sono le ultime sue parole, che ha voluto lasciarci per conforto, proprio nel giorno che ci ricorda il dono dell’Eucaristia e del sacerdozio. Siamo convinti che ora ci è più vicino. Ma il vuoto lo sentiamo ugualmente".

Chi prenderà il suo posto?

Ad Annamaria e Mariuccia ho detto che p. Ivaldo ha lasciato un vuoto anche in Sierra Leone. La loro risposta: "Continueremo il nostro aiuto, perché il bene che p. Ivaldo ha iniziato porti il suo frutto".
Ho chiesto: "Ma chi prenderà il suo posto?". Diego, 15 anni, studente di alberghiera a Jesolo, alza velocemente la mano; ma non riesce a dire "io". Non si sa mai... Anche le querce crescono piano piano.
E se qualche altro giovane ci pensasse seriamente? Il nostro indirizzo e numero di telefono lo conoscete. Sarebbe la risposta più bella che p. Ivaldo si aspetta: "tra giorni avrete una bella notizia!".


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