Padre Ernesto Luviè: “Presente!”
Sono ormai 10 anni che p. Ernestino ci ha lasciato, morto a Parma il 31 maggio 1991 a causa di un male incurabile. Aveva 50 anni, di cui 12 passati in Italia come animatore vocazionale dei ragazzi. Gli altri li aveva trascorsi in Bangladesh, la nazione che egli amava più di ogni altra, la sua vera patria, preferendola all'Italia e persino a Pizzighettone, il paese in cui era nato.
Amava i bengalesi, soprattutto i poveri, gli oppressi, gli orfani. Li amava più della sua famiglia, più di se stesso, e avrebbe voluto servirli per tutta la vita. Godeva nell'ascoltarli e nel soccorrerli, anche se qualche confratello lo metteva in guardia, raccomandandogli di non farsi imbrogliare. Ma egli non sapeva resistere alle spinte del suo cuore, e non riusciva a dire di no. E se talvolta gli nasceva qualche dubbio, egli sceglieva di aiutare tutti quelli che glielo chiedevano.
Il suo cuore era come una miniera d'oro, in cui tutti i poveri avevano piena libertà di entrare. Ma da dove sorgeva questo amore tanto concreto, forte e inesauribile? Certamente dallo spirito di preghiera. Dicono i testimoni che egli si alzava presto la mattina per pregare e si attardava in chiesa alla sera per meditare e far compagnia al Signore presente nell'Eucarestia. "Dio solo sa quante ore egli abbia passato, accovacciato in terra alla maniera dei bengalesi, nella nostra cappella, durante i nostri raduni nella Casa religiosa!", confessa un suo confratello.
Un altro scrive: "L'ho sempre invidiato. Cristo nel tabernacolo doveva essere per lui uno con cui si parla volentieri e a lungo, con la stessa facilità con cui si chiacchiera con l'amico più caro".
Padre Ernestino aveva fatto suo il motto di s. Paolo Apostolo, assunto anche dal Beato Conforti: "La carità di Cristo ci sospinge". Era un testimone zelante del Vangelo, che egli annunciava e celebrava nella liturgia instancabilmente. Cercava di viverlo concretamente nella sua vita. Un esempio per tutti. Non soltanto amava i poveri, ma li imitava, senza la paura di essere deriso.
Vestiva poveramente e camminava spesso scalzo, o soltanto con gli zoccoli o i sandali, anche quando veniva in Italia. E non era ostentazione, ma condivisione. Per questo domandò prima di morire di essere seppellito a piedi nudi: per assomigliare meglio ai suoi poveri.
In occasione del suo XXV0 di sacerdozio, festeggiato a pochi mesi dalla morte, scriveva: "Voglio ringraziare il Signore e implorare la grazia della perseveranza. Vorrei ripetere ogni giorno con lo stesso entusiasmo: "Presente!" e fare un passo avanti alla luce di una fede che vince ogni incertezza. Il Bangladesh provoca ed esige questa fedeltà".
Ci crediamo anche noi davvero: p.Ernestino vive ancora, è presente e fa il suo passo avanti, verso Gesù, verso la sua missione, verso di noi.








