Padre Boschetti: Il missionario non è un giramondo
Le tante esperienze di padre Bruno
Il saveriano padre Bruno Boschetti si è preso due mesi di vacanza dal Mozambico per recarsi a Martorano di Forlì, suo paese natale. Il nipote Gabriele, medico, lo aspettava per presentarlo ai colleghi di Faenza che l’avrebbero operato poi alla cistifellea.
Anche un campione, all’età di 58 anni ma vissuto da oltre trent’anni dove non è facile trovare un medico, ha diritto a un ritocco. L’ho trovato a casa, appena rientrato dall’ospedale. Dopo gli abbracci di rito, la prima cosa che mi ha detto è stata la data del suo ritorno in missione: “Fra 40 giorni riparto, perché laggiù c’è tanto da fare”.
Da un continente all’altro
La “storia missionaria” di p. Bruno presenta colpi di scena significativi. Dopo i tre anni delle medie nel seminario diocesano di Cesena, passa a Bologna per il Liceo. Qui matura la sua vera vocazione: non prete diocesano, ma missionario. Nel 1963 entra dai saveriani a S. Pietro in Vincoli; nel 1972 è ordinato sacerdote e l’anno successivo parte per l’Indonesia.
Nel 1980 rientra in Italia per le vacanze e i superiori lo mandano a Taranto per aprire una sede di animazione missionaria. Padre Bruno si dà da fare: trova la sede, avvia bene l’attività. Dopo cinque anni, anziché tornare in Indonesia, parte per il Brasile, in tutt’altra direzione. Infine, quando nel 1998 i saveriani accettano una missione in Mozambico, padre Bruno riesce a ottenere uno dei quattro posti tra i primi partenti, per fondare la nuova missione.
Bilancio intercontinentale
Riassumiamo: missionario da oltre trent’anni, in quattro continenti diversi: in Europa (a Taranto), per aprire una casa missionaria; in Asia, tra i primitivi delle Mentawai; in America latina, nelle favelas brasiliane; in Africa, nel martoriato Mozambico.
Di fronte a tante esperienze, gli ho chiesto se era in grado di fare un bilancio della sua vita da missionario dall’inizio ad oggi. Ecco cosa ci ha raccontato.
Paese che vai...
Di Taranto ho un bel ricordo, per l’accoglienza generosa e la collaborazione da parte di tutti: sacerdoti e laici. A Siberut, in Indonesia, vi giunsi a 20 anni dall’arrivo del primo missionario. Mi trovai in una chiesa in fase di crescita. I catechisti mi aspettavano nei villaggi con masse di gente! Ho potuto constatare i prodigi del primo annuncio.
In Brasile, invece, mi hanno colpito le grandi città con milioni di abitanti, e più ancora le immense distese delle favelas. Ho lavorato nella periferia di Curitiba, in una comunità presto maturata e passata nelle mani del clero diocesano. Poi sono passato a Belorizonte, cominciando da zero. In pochi anni, dalla missione sono nate due parrocchie, passate anch’esse al clero locale.
Quando chiesi di andare in Mozambico stavo lavorando nelle favelas di Pirasicaba. In Brasile mi sono ritrovato sempre tra i più poveri, a formare comunità cristiane. Tante, una quindicina di comunità, e tutte con la loro bella chiesa, grazie al vento favorevole dello Spirito Santo e alla disponibilità della gente ad accogliere il vangelo.








