Padre Bacchin: Missionario in ritardo …la gente aspetta e canta
Jaguapita, in lingua tupì, significa pantera rossa. È un piccolo municipio di dodicimila abitanti, fondato cinquant’anni fa da immigrati e altra gente in cerca di terre da coltivare. Si trova a settecento chilometri a ovest di San Paolo, sulla linea del tropico, verso il confine con il Paraguay. Qui ho passato la maggior parte dei miei anni di vita missionaria in Brasile.
Sole e polvere rossa
I pionieri, molti dei quali italiani, con il fuoco e una tenace opera di bonifica, hanno trasformato quelle terre incolte in floride piantagioni di caffè, soia, cotone e canna da zucchero. Con la gente, sono arrivati anche i missionari, con l’intento di favorire l’incontro tra le diverse razze e la nascita di comunità fraterne.
La maggior parte delle abitazioni è fatta di legno, con assi accostate in verticale, pavimento in cemento o terra battuta, poche suppellettili e rare comodità. Spesso mancano sia la luce che l’acqua, sostituite dal lume a petrolio e dall’acqua non sempre limpida di qualche invasatura, dove normalmente si fa il bagno e si abbevera il bestiame. Tanto sole e tanta polvere rossa, ti danno l’impressione di essere capitato proprio nell’ambiente caratteristico dei vecchi film di cowboy.
A cavallo, senza fretta
Questo è stato l’ambiente nel quale, per una decina d’anni, ho avuto la cura pastorale di due parrocchie distanti trenta chilometri una dall’altra. Normalmente, per raggiungere le diverse comunità sparse in un raggio di 60 chilometri, facevo uso di una camionetta pick-up. Ma quando le strade di terra battuta subivano erosioni o non erano collegate da ponti, non mi rimaneva che andare a cavallo, il mezzo di trasporto più comune da quelle parti.
In vista della fattoria, i ragazzi più generosi mi venivano incontro per scortarmi fino al luogo della riunione. Ricordo che non ero sempre in orario; ma per fortuna la mancanza di puntualità non è mai stato un problema. Da quelle parti, la gente non ha fretta e ti aspetta per ore, cantando al ritmo di qualche chitarra.
Una riserva di ostie
Gli incontri erano sempre ben organizzati dallo zelo e dalla responsabilità dei ministri che, nonostante il duro lavoro nelle piantagioni, trovavano il tempo per preparare i canti, fare la lista delle intenzioni per la preghiera, fare il catechismo ai piccoli, preparare gli adulti alla benedizione del matrimonio e i genitori al battesimo dei figli. Lasciavo
sempre una riserva abbondante di ostie consacrate affinché la domenica potessero ancora radunarsi per la celebrazione della Parola, portare la comunione ad ammalati e anziani e vivere con il sostegno della fede.
Sono andato a fare del bene, e mi rendo conto di averne anche ricevuto tanto. Per questo, sento ancora molta saudade do Brasil - per chi non avesse capito: sento ancora molta nostalgia del Brasile.





