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P. Facchetti, Vangelo annunciato e ricevuto

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Cosa sappiamo dei saveriani originari del territorio di Cremona? Questo mese ospitiamo la testimonianza di p. Andrea Facchetti di Viadana (MN), classe 1979.

Com’è nata la tua vocazione missionaria?
Sono cresciuto in una famiglia cristiana e in parrocchia. Sono scout. Ho avuto la fortuna di incontrare bravi presbiteri. Tutto questo è stato importante nel cammino di discernimento. Però, mai avrei pensato, da adolescente, di fare il prete o il missionario. Ci sono stati, in seguito, due momenti che sono stati decisivi. A circa 17 anni, ho cominciato ad interrogarmi sulla mia fede. Decisi allora di cominciare a leggere seriamente il Vangelo. Ogni notte, prima di addormentarmi, ne leggevo alcuni versetti. Poi, a 22 anni, feci un’esperienza in Brasile con il Centro Missionario di Reggio Emilia, la città dove frequentavo l’università. Era il Brasile dei Senza Terra e delle periferie. Ecco, posso dire che alla radice della mia vocazione missionaria ci sono due incontri: quello con la Parola e quello con i poveri.

Perché hai scelto i Saveriani?
La vocazione è stata prima missionaria e solo in seguito saveriana. Perché i Saveriani? Probabilmente anche per una ragione geografica. Parma dista solo 25 chilometri da Viadana, il paese dove sono cresciuto. Inoltre, era di Viadana p. Piero Sartorio, una testimonianza saveriana davvero bella di Vangelo vissuto. Quando parlai con don Bruno Bignami, allora vicario a Viadana, di quanto mi passava per testa e cuore, mi indirizzò verso p. Silvio Turazzi. Fu lui ad accompagnare i miei passi prima di entrare nella famiglia saveriana.

Come ha reagito la tua famiglia?
Quando entrai nei saveriani a Desio, nel settembre 2004, avevo compiuto 25 anni, già abbastanza grande per una scelta di vita. I miei genitori e mia sorella l’hanno accettata e credo che l’abbiano compresa come la conseguenza dei passi compiuti prima.

Cosa ricordi della tua formazione?
Ho compiuto tutto il periodo di formazione in Italia. Sono stati otto anni davvero belli, dove il Vangelo, lo studio e l’impegno assieme ai poveri (penso al carcere, ai Rom, ai migranti) si sono intrecciati e hanno fatto mettere radici al mio essere saveriano. Nel postulandato a Desio tra il 2004 e il 2006, eravamo in cinque, l’ultimo gruppo consistente di giovani italiani. Ricordo il primo giorno che arrivai: nel cortile c’erano alcuni camper. Il comune aveva emesso una ordinanza di sgombero per alcune famiglie Rom. Noi saveriani le ospitavamo nel nostro cortile e facevano la doccia a casa nostra. Dissi subito tra me e me: “Questa è la mia casa”. Poi il noviziato ad Ancona tra il 2006 e il 2008. Infine, la Teologia a Parma tra il 2008 e il 2012, che è stata la prima esperienza di interculturalità tra vari confratelli provenienti da continenti diversi.

Chi è stato importante per te?
Per noi saveriani è fondamentale la comunità e lo spirito di famiglia. Credo che tutti i confratelli saveriani con i quali ho vissuto gli anni della formazione siano stati significativi, ciascuno a modo suo. Penso soprattutto ai più anziani, a chi ha speso una vita in missione: vivere assieme era un’opportunità per respirare la loro testimonianza. Poi penso ai miei formatori e ai direttori spirituali che mi hanno accompagnato.

La tua esperienza missionaria…
Subito dopo essere stato ordinato nel 2012, ho avuto la fortuna di partire per il Mozambico. E, da allora, qui felicemente mi trovo, ringraziando Dio. Dopo il primo anno in città per lo studio delle lingue (portoghese e sena, una delle centinaia di lingue bantu), da nove anni vivo e lavoro in savana, nella regione centrale del Mozambico, bagnata dalle acque del fiume Zambesi. È l’Africa rurale, l’Africa dei baobab. È un contesto di puro primo annuncio del Vangelo, così come ci chiede il nostro spirito saveriano. Pensate che le parrocchie affidate ai saveriani hanno più o meno settant’anni di vita.
Pensando alla nostra gente, tocco ogni giorno con mano la povertà in termini di alimentazione, ospedali, scuole, strade. Però, non manca mai il sorriso e la voglia di vivere. In questo senso, è la gente che mi evangelizza. Nei primi anni ero impegnato soprattutto nell’attività di giustizia e pace (la questione della terra e del taglio illegale di foreste) e in quella educativa (nello studentato e nella scuola). Da pochi mesi, invece, sono parroco a Charre, una parrocchia enorme, una fascia di 200 chilometri tra la riva sinistra dello Zambesi e le montagne che fanno da confine col Malawi. In comunità siamo in tre: Apolinar, messicano, João, brasiliano, ed io. In questi fine settimana, prima che inizi la stagione delle piogge, parto il venerdì mattina e torno la domenica sera per incontrare le quaranta comunità che compongono la parrocchia. Si ascolta la vita della gente, si annuncia e si riceve il Vangelo, si danza e si prega, si dorme per terra in una chiesetta o in una capanna. Si incontra la fede dei poveri che ci fa ricchi.

L’Italia vista dal Mozambico
Torno a casa per le vacanze tre mesi ogni tre anni. La prima constatazione che mi capita di fare quando rientro è incontrare tanta gente sconsolata o arrabbiata con la vita. Eppure, nonostante la crisi economica, si ha più o meno tutto per sopravvivere. Mentre qui, in mezzo alla savana, manca quasi tutto, ma si incontrano persone felici. Partendo da questa constatazione che potrebbe sembrare banale, pur essendo vera, la domanda di fondo è: “Cosa ci rende felici?”.
Una seconda riflessione è questa: in Italia c’è un potenziale enorme in termini culturali, di forze vive della società, di creatività. Paradossalmente, però, sembrano prevalere la paura, il chiudersi in sé stessi, il razzismo, gli egoismi. L’attuale situazione politica mi preoccupa. Ma questo, purtroppo, è un riflesso dello spirito che circola nella società. Mi chiedo allora: “Un cristiano da che parte sta? E, soprattutto, cosa fa?”.

Cosa diresti ai giovani che vogliono diventare missionari?
Che vale la pena spendere la vita per il Vangelo e per gli altri, i poveri prima di tutto. Anche questo, probabilmente, è uno dei segreti per la felicità.



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