“Ora mi sento… in gamba!” - In Brasile, vicino a chi è sfruttato
Da quasi 14 mesi sono "fuori combattimento" a causa di un incidente avuto in Brasile. Un trattore ha investito la moto su cui viaggiavo spezzandomi la gamba. Dopo sei mesi di ospedale, sono tornato in Italia dove mi hanno rifatto l'operazione alla tibia. Sono passati altri nove mesi e finalmente con la gamba ...rifatta posso tornare in Brasile, di cui sento nostalgia.
Il lungo periodo di immobilità mi ha dato modo di riflettere sulla mia vita passata.
Sono cresciuto con i poveri
La voglia di diventare saveriano la devo a p. Antenore Nardello, un saveriano reduce da Cina e Indonesia, che a Caldogno ci raccontava le sue avventure missionarie. Grazie a lui ho sviluppato anche sensibilità e interesse per i poveri e i più deboli; una sensibilità che mi ha sempre accompagnato durante il periodo della formazione.
Ricordo che, insieme ai compagni liceali di Tavernerio, giravamo con un vecchio furgone per le contrade comasche, raccogliendo tutto quello che poteva essere venduto, per realizzare il progetto di un missionario in Congo. Durante la teologia a Parma, invece, insegnavo catechismo nelle parrocchie e mi occupavo delle persone che non avevano una casa.
Dopo l'ordinazione sacerdotale sono stato destinato agli Stati Uniti. A Chicago mi dedicai alla pastorale dei neri, un problema scottante per la dura e difficile realtà in cui vivevano le popolazioni di colore nelle periferie delle grandi città statunitensi.
La missione in Amazzonia
Nel 1982 si è aperta la porta per il Brasile; precisamente quella di "Sendor José Porfirio", tipica cittadina sulle rive del fiume Xingu, affluente del rio delle Amazzoni.
Qui ho iniziato la mia meravigliosa esperienza di lavoro. Avevamo circa 40 comunità sparse lungo il fiume. Mi piaceva perché ero vicino alla povera gente, soprattutto ai seringueiros, raccoglitori del latice per l'industria del caucciù. La loro giornata, specialmente durante il periodo delle piogge, cominciava alle 4 del mattino per terminare alle 8 di sera!
La pratica del prestito li costringeva a una continua dipendenza dal padrone, dal quale ricevevano un "aiuto" per iniziare a lavorare. Poi, però, dovevano vendergli il latice ai prezzi da lui stabiliti. Per loro era impossibile riuscire a pagare il debito e dovevano tornare l'anno dopo a lavorare per sanare il debito precedente. Il sistema era così ben studiato da essere perfino accettato dai lavoratori, che spesso consideravano il padrone come loro benefattore, perché alla fin fine li aiutava a sopravvivere.
Per renderli indipendenti fondammo una cooperativa di pescatori e agricoltori. Il fiume era ricco di pesce e con l'agricoltura si produceva il riso. Dopo vent'anni la cooperativa funziona ancora.
Una nuova esperienza...
Nel 1989 fui trasferito a Sao Felix do Xingu. La foresta attorno era ricca di piante di mogano che, per il loro valore, creava conflitti di proprietà tra gli estrattori di mogano e i latifondisti. La lotta fu feroce e senza pietà: la violenza dominava incontrastata.
Pulita la foresta dal ricco legname, i latifondisti s'impossessavano della terra con documenti falsi e seminavano erba per il pascolo. A quel punto, avevano bisogno di manodopera e così in poco tempo il numero degli abitanti è cresciuto da 4mila a 30mila, sparsi per tutto il "municipio".
Nella realtà amazzonica, un contadino non riesce a vivere con poche mucche. Prima o poi è costretto a vendere la sua terra a qualche latifondista, che poi lo costringe a lavorare per lui come operaio dipendente.
Abbiamo scoperto che le piantagioni di cacao sono un'ottima alternativa all'allevamento del bestiame. In meno spazio si produce di più, si distrugge meno e non si è costretti a vendere la terra ai latifondisti. È nata una cooperativa e oggi sono più di mille le famiglie che producono cacao.
Il nostro lavoro avviene all'interno delle comunità ecclesiali di base. Oltre all'insegnamento religioso, si educa la gente a difendersi e a unirsi in cooperative.








