Ogni ripartenza è una rinascita
I miei superiori mi hanno chiesto un nuovo servizio nella comunità saveriana di Udine. Ho passato a Zelarino 22 anni che, aggiunti ai primi 5 del mio presbiterato (1959-1964) e all’anno da studente (1949-50), fanno un terzo della mia vita. Sono anche l’ultimo rimasto del gruppo dei primi sei studenti che, nell’agosto 1950, partivano da Zelarino per il noviziato.
Non saranno certamente 120 chilometri a separarmi dall’affetto e familiarità che mi hanno riservato le comunità della Castellana, di Jesolo e Litorale con migliaia di turisti e comunità limitrofe della diocesi di Treviso. Tanti sono i ricordi di questi anni: Giornate della gioventù a Jesolo, gruppi missionari, incontri con ragazzi, feste con amici e benefattori. Riassumo tutto, parafrasando una lezione del mio miglior professore di teologia: “Niente di buono di ciò che il Signore ha cercato di fare con me in questi anni, andrà perduto”.
Chi è il professore? Un giovane giornalista musulmano che ho trovato nell’ospedale della mia missione in Sierra Leone. Il suo letto aveva la zanzariera. Mi sono avvicinato, gli ho chiesto chi fosse e perché era lì. Laureato, era ammalato di tubercolosi, cercava un dottore che lo curasse. Ce n’era uno solo. Gli chiesi se conosceva Gesù, mi disse di essere stato anche alle scuole cristiane. Azzardai: “Ti piacerebbe essere cristiano?”. Con determinazione mi rispose: “Sì! Ma non in un certo modo. O sul serio o niente!”. Lo seguii per una quindicina di giorni, mentre la malattia si aggravava. Gli chiesi quale nome volesse prendere nel Battesimo. Mi rispose: “Abramo, il nome di mio padre che è Imam di una moschea; anche mia mamma è fervente musulmana ed è stata alla Mecca. Ma io so che diventando cattolico non rinuncio a niente di quello che di buono mi hanno insegnato i miei genitori”. Una risposta che vale una laurea e il Signore gliel’ha data due giorni dopo. Vi rivolgo il saluto usuale di mia mamma: “Uniti sempre nella preghiera”!







