Nuova missione in Thailandia
Scrivo da “Km 48”. Così si chiama il paese nella provincia di Tak a 48 chilometri dalla città di Mae Sot, tra montagne e foreste, a 700 metri di altitudine. È la nostra prima missione che il vescovo ha affidato ai saveriani. Con altri due confratelli - p. Thierry Kengme (Camerun) e p. Thiago Rodriguez (Brasile) - siamo qui dal 12 luglio 2014. Vi racconto cosa stiamo facendo.
Un territorio vasto e montuoso
La diocesi di Nakhon Sawan comprende 13 province, con una quarantina di sacerdoti e circa 12mila cattolici. Il centro della nostra missione a “Km 48” è un villaggio di circa 400 famiglie, di cui 70 cattoliche, 15 protestanti e il resto di religione animista. Appartengono all’etnia Akha, Hmong e Karen; ma ci sono anche famiglie immigrate di origine birmana e cinese. In tutta la parrocchia i cattolici sono circa 230 persone.
Vi chiederete: ma come, tre preti per 230 fedeli? Sì. Ma non solo per loro. Noi siamo missionari, e questo è il posto giusto per noi. Il vescovo ci ha affidato l’evangelizzazione di tutta la zona intorno al “Km 48”, fino alla cittadina di Um Pang, che si trova a 120 chilometri da qui. È un territorio vasto e montuoso, lungo il confine con il Myanmar, per la maggior parte coperto di foreste, eccetto intorno ai villaggi, dove la foresta è stata tagliata per fare posto all’agricoltura.
Ci siamo sistemati alla meglio in una casetta a due piani e abbiamo cominciato a visitare i villaggi più vicini. A Pakha Kaw, con l’aiuto dei bambini cristiani e una giovane che collabora in parrocchia, abbiamo organizzato dei giochi con i bambini. Poi, attraverso di loro, contattiamo le famiglie. Ma il primo passo è presentarci ai leader dei villaggi, per farci conoscere e avere il loro gradimento.
Due chiacchiere dopo la Messa
Abbiamo incontrato e conosciuto i nostri “parrocchiani”, visitando innanzitutto le famiglie dei bambini che partecipano alla Messa feriale. Gli adulti lavorano nei campi e alla sera, quando tornano a casa, devono lavarsi e preparare la cena. La gente stessa ci invita nelle loro case per benedizioni, preghiere per i malati o per altre necessità.
Abbiamo notato che la domenica i nostri parrocchiani, che pure vengono numerosi, dopo la Messa andavano subito a casa. Allora abbiamo pensato di offrire ai fedeli, al termine della Messa, una tazza di tè o caffè con qualche biscotto, per stare un po’ insieme e fare due chiacchiere. È una cosa che si fa anche in altre parrocchie.
L’iniziativa ha avuto successo, e ora la gente non ha più fretta di andare a casa dopo la Messa, ma si trattiene per una buona mezz’ora. Un gruppo di signore si incarica di preparare il necessario e poi pensa a lavare le tazze e a rimettere tutto in ordine. Poi, accompagnato dal solito gruppo di bambini, uno di noi porta la Comunione ai malati.
Il vangelo di Cristo è per tutti
In ottobre abbiamo pregato il rosario tutte le sere in chiesa, con una partecipazione che ci ha sorpreso: sempre più di cento persone. Il sabato precedente la giornata missionaria mondiale abbiamo pregato il “rosario missionario”, preparato con 50 bambini che partecipavano a una tre-giorni di catechesi missionaria, animata dai giovani della parrocchia. Normalmente questi giovani sono fuori per studio, ma ottobre è mese di vacanza. L’anno scolastico qui inizia a fine maggio e si conclude all’inizio di aprile, con un’interruzione di tre settimane in ottobre.
La giornata missionaria mondiale ci ha dato l’occasione di insistere sulla necessità di essere “comunità missionaria”, aperta a chi non è della propria etnia o della propria religione, e pronta a testimoniare i valori evangelici che Gesù ci ha trasmesso. È un’idea non facile da accettare per la maggioranza Akha dei nostri cristiani, che hanno in mente una chiesa a loro misura, come se Cristo fosse venuto al mondo solo per loro.
Stiamo cercando di far entrare questa idea in tutti i modi possibili. Perciò alla tre-giorni di catechesi abbiamo invitato anche alcuni bambini Hmong del villaggio di Pakha Kaw, dove avevamo organizzato i giochi. Ne sono venuti otto, tutti buddhisti, e i bambini del nostro villaggio li hanno accolti molto bene.
Con i profughi birmani, vicino al confine
In Thailandia vivono almeno 800mila lavoratori birmani semi-calandestini, sfruttati e mal pagati. Inoltre ci sono anche altri 130mila profughi birmani, confinati nei dieci campi profughi lungo il confine. Uno di questi campi, con circa 15mila profughi, è situato accanto al villaggio di Um Piam, una quarantina di chilometri a sud della nostra missione. Io ho ottenuto il permesso di entrare in questo campo per incontrare i cattolici. Sono circa 200.
Ci vado una volta alla settimana per celebrare la Messa e visitare le famiglie. Nel campo ci sono due chiesette cattoliche in bambù, come tutte le case e le scuole, i negozi e il piccolo ospedale. Celebro in inglese, perché io non so il birmano e i profughi non sanno il thailandese. Il catechista del campo traduce le mie prediche in birmano. È lui che, dopo la Messa, mi accompagna a visitare le famiglie, per fare una preghiera e dare la benedizione.
Ecco, questa è una breve sintesi della nostra missione al “Km 48”. Aggiungo solo che abbiamo due stanze con bagno, pronte a ospitare chiunque voglia venire a farci visita. Ricordate di portare un maglioncino, perché la sera e il mattino la temperatura è piuttosto bassa. Vi aspettiamo. Sosteneteci con la preghiera, che ricambiamo con riconoscenza.







