Non vado in crisi, anzi… Il mondo non è una proprietà privata
Ricordo quella favola antica in cui bonariamente si racconta che Giove, il padre degli dei, ha dotato l'uomo di due bisacce, collocandone una sul petto, piena dei difetti altrui, e l'altra sulla schiena altrettanto carica, ma delle proprie colpe. Conclusione: è facile vedere le trasgressioni altrui, impossibile vedere le proprie. Siamo pronti in questo modo a condannare le pecche dei figli altrui e ad assolvere quelle dei propri, a giudicare gli errori del prossimo e a giustificare se stessi.
Una domanda al singolare
Consigliamo agli altri di seguire le nostre aspirazioni, i nostri desideri e di considerare in modo benevolo quello che è stato in parte o in tutto un nostro fallimento.
Mi si chiede, "oggi cosa dobbiamo fare noi missionari?".
La domanda è sbagliata; "cosa possiamo fare?", è quella giusta. Non mi piace neppure il plurale, come se fossimo una sola persona, dimenticando le diversità di pensare e di agire che sono proprie della personalità di ciascuno. Mi chiedo piuttosto, "cosa faccio io?".
Non entro in crisi se altri fanno diversamente da quello che io faccio; o se io non posso fare quello che altri vorrebbero che facessi. Non grido, non vado in piazza. Non sono un profeta stile Geremia. Riconosco del resto, che sono impotente, come Dio è impotente di fronte all'uomo ribelle. Non sono soddisfatto di quello che fa la Fao e le grandi istituzioni mondiali per superare le tristi condizioni di tanti popoli al limite della sopravvivenza; e nemmeno esalto gli uomini dal colletto bianco, rinchiusi nei loro falliti templi del denaro.
Cosa posso fare allora?
Hai un momento, Dio?
Passo la domanda a Lui: "Cosa fai tu Signore?". Gli rivolgo l'invito del profeta: "Se tu Signore, squarciassi i cieli e scendessi... Che cosa vedresti, se arrivassi nelle nostre contrade e nelle nostre case? Incontreresti piazze gremite di gente che urla e bestemmia. Troveresti ancora fede nelle nostre famiglie, l'amore, la comprensione, la pace, la tolleranza e il rispetto per la giustizia? E se non trovassi tutto questo, cosa potresti fare?".
Conosco già la sua risposta: "Niente, o quasi! Ma continuerei ad amare la gente delle vostre contrade e delle vostre case". Dio ha consegnato il mondo alle donne e agli uomini che egli ha creato; e questi se lo sono preso, come se l'avessero creato loro e fosse loro proprietà, presumendo di diventarne padroni, di poterlo gestire a piacimento, con le conseguenze che siamo costretti a vivere ogni giorno.
Faccio quello che posso...
"Il mondo - scrive Paolo VI - dopo aver dimenticato o negato Dio, lo cerca. Ma non vuole cercarlo quale è e dove è. Lo cerca fra gli uomini mortali. Ricusa di adorare Dio che si è fatto uomo, e non teme di prostrarsi servilmente davanti all'uomo che si fa dio". Una vera ironia! Un altro Papa, a noi più vicino, ci ha parlato del silenzio di Dio, e Kitamori della sofferenza di Dio.
Cari amici, io non vado in crisi se guerre, fame, ingiustizia ed egoismo continuano a seminare morte e odio in mezzo a noi... Soffro, come Dio soffre per questa nostra umanità, per la cui salvezza egli ha donato suo Figlio Gesù. Non penso neppure di poter risolvere i problemi della fame e dell'ingiustizia. Urlare non costa nulla, e non serve neppure a offrire un tozzo di pane.
Prego e aspetto con pazienza che l'uomo torni a essere soltanto "essere umano", e non dio. In pratica, poi, cerco sempre di fare quello che posso per "coloro che hanno fame e sete, sono ignudi e malati...".








