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Abbiamo vissuto insieme un momento intenso e sorprendentemente sereno: un incontro per non dimenticare ciò che accade a Gaza e in Israele. Non un’arena di slogan, ma uno spazio autentico di ascolto, promosso dal coordinamento Sognare la Pace, attivo dal 2023 in percorsi di educazione alla pace e alla giustizia.

Il dialogo tra Bassam Saleh, giornalista e attivista palestinese residente in Italia da molti anni, e il giornalista Nicola Nicoletti ha aiutato i presenti ad attraversare la complessità senza semplificazioni. Saleh ha intrecciato la propria storia personale con quella del popolo palestinese, segnata da divisioni, speranze e ferite ancora aperte.
Si è parlato del ruolo dell’OLP, delle fratture interne, dell’emergere di Hamas e della Jihad Islamica, delle conseguenze delle elezioni del 2006 e della fragilità di una leadership divisa. Con lucidità è stato affrontato anche il tema della lotta armata, riconoscendone il peso storico, ma evidenziandone oggi i limiti e gli effetti drammatici, soprattutto per la popolazione civile.

Più che contrapporre rigidamente la soluzione a uno o a due Stati, il relatore ha messo al centro la questione decisiva: l’eguaglianza dei diritti e della dignità per tutti, tra Mediterraneo e Giordano. Senza giustizia reale, nessuna soluzione potrà reggere. È stato evocato il Sudafrica, non come modello automatico, ma come segno che anche conflitti lunghi possono conoscere svolte inattese.

Si è riflettuto sull’informazione e sulle sue asimmetrie, sulle difficoltà dei giornalisti a Gaza, sulla condizione dei rifugiati, sulle responsabilità geopolitiche e sugli interessi economici che attraversano il conflitto. Non è mancata una riflessione sul rapporto tra religione e politica. Le fedi, nei loro testi fondativi, parlano di ospitalità e protezione; quando diventano bandiere identitarie, rischiano di coprire interessi di potere.
Eppure, dentro un tema così drammatico, l’atmosfera non è stata di disperazione. È stata una mattinata di realismo e speranza sobria. La serenità è nata dal rispetto reciproco, dall’ascolto attento, dal desiderio sincero di capire. Non si è usciti con risposte facili, ma con domande più vere.

Il momento conviviale che ha seguito l’incontro ha rafforzato questo clima. Attorno a un cibo semplice, condiviso in fraternità, i partecipanti hanno continuato a dialogare. Un segno concreto che la pace comincia anche così: persone diverse che si siedono alla stessa tavola e restano umane dentro la complessità.
Non dimenticare non significa soltanto informarsi. Significa custodire la memoria delle vittime, rifiutare le semplificazioni, scegliere di non voltare lo sguardo. In un tempo in cui le posizioni si irrigidiscono, fermarsi ad ascoltare è già un gesto controcorrente.

“Sognare la Pace” non è uno slogan ingenuo: è una responsabilità quotidiana. Per non dimenticare Gaza e Israele significa, in fondo, non dimenticare la nostra umanità.



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