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“Noi stiamo proprio vivendo la fine del mondo”

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Dopo l’Enciclica Laudato si’ e l’Esortazione apostolica Laudate Deum di papa Francesco, l’ascolto del grido della terra e dei poveri è diventato un impegno fondamentale nell’evangelizzazione. Qui possiamo leggere un’anticipazione dell’impegno dei Saveriani in tre Paesi di altrettanti continenti, che sarà poi sviluppato nelle pagine 4-5.

Il Brasile dei nativi
Il vescovo saveriano mons. Adolfo Zon Pereira ha incaricato p. Luis Miguel Modino, spagnolo, che fa parte dell’equipe di comunicazione della REPAM (Rete Ecclesiale Pan-Amazzonica) e del CELAM (Consiglio Episcopale Latino-Americano), di raccogliere testimonianze presso i popoli nativi dell’Amazzonia sui cambiamenti climatici e sull’estrazione selvaggia e inquinante.

Ikoreria Parakanã, nato in terra amazzonica del popolo Apyterewa, denuncia l’inquinamento dei fiumi nella loro terra a causa dei cercatori d’oro, che fanno uso del mercurio, nell’affluente Bom Jardim. I bambini muoiono perché ne bevono l’acqua. Il fiume sembra il pavimento bianco di una casa. “Nel passato non c’erano non-indigeni nella nostra terra. Da quando sono entrati loro, continua la distruzione della nostra terra. Oggi resta solo un angolo di foresta. Continuano ad abbattere gli alberi. E i bianchi ci stanno sempre più accerchiando”.

La leader indigena dello Stato del Pará (Brasile) Auricélia Arapium, rappresentando i popoli del Rio Tapajós, così si è espressa: “Stiamo vivendo una crisi umanitaria e il governo dello Stato del Pará neppure ha creato una commissione al riguardo, per sostenere e proteggere le comunità tradizionali e i popoli indigeni. È uno Stato senza una educazione di qualità. Stiamo vivendo, nella regione, gli effetti delle siccità e degli incendi della foresta, senza nessuna azione politica di emergenza. Tutto questo ci preoccupa molto, perché arrivare alla COP e ascoltare che è uno Stato esemplare, per noi paraensi è una non verità. Mettere barriere nel fiume Tapajós significa mettere barriere alla vita dei popoli indigeni e delle comunità tradizionali che dipendono dal quel fiume per vivere. Molti pesci sono morti. Oltre alla siccità, siamo invasi dalla pesca predatoria e noi continuiamo con i pesci che muoiono. Con le dighe, il Tapajós non avrà più pesce e già soffre molto. Non ci sarà pesce e noi come potremo vivere? Non abbiamo la foresta perché si sta bruciando il territorio. E nessuna iniziativa per frenare la crisi che stiamo vivendo. Noi stiamo proprio vivendo la fine del mondo”. 

Il Bangladesh dei grandi fiumi
P. Marcello Storgato vive in Bangladesh e così lo descrive. “Il Paese è una regione fluviale, nel complesso Subcontinente Indiano. Senza contare i suoi 900 corsi d’acqua, i tre fiumi principali - Bramaputra, Gange e Megna - che la costituiscono e alimentano, percorrono per oltre 5.700 km, raccolgono e fanno confluire nell’Oceano in media 46.500 m3 di acqua piovana e sorgiva al secondo, ma può arrivare a un picco di 330.000 m3, irrigando e inondando i suoi 147.570 km2 di suolo densamente popolato. Il flusso totale annuale del sistema fluviale in Bangladesh supera il milione e mezzo di metri cubi, di cui il 90% è originato fuori dai confini nazionali. Chi ne usufruisce, e al tempo stesso ne soffre, sono gli oltre 170 milioni di persone e di esseri viventi che nei millenni vi hanno trovato - e vi trovano tuttora - ragioni per vivere e sopravvivere dignitosamente. Questi grandi fiumi che scendono dall’India si dividono e uniscono a piacere, in percorsi vecchi e nuovi, per poi confluire nell’immenso Delta del Bengala, come un’enorme mano con le dita allargate, coinvolgendosi nell’apparizione e scomparsa di isole nuove, per il continuo flusso e riflusso delle Maree. Essi accolgono nel loro vasto letto le acque cristalline dei ghiacciai perenni dell’imponente catena montuosa Himalayana. Purtroppo ai nostri giorni devono raccogliere anche l’immane sozzura avvelenata, portatrice di morte!”.

Il Mozambico dei cicloni
P. Andrea Facchetti vive in Mozambico. È testimone delle conseguenze causate dai vari cicloni. “Nel marzo 2019, con il ciclone Idai, è arrivato il diluvio che ha devastato le regioni centrali facendo centinaia di morti. I cicloni in Mozambico sono annunciati per tempo e sono temuti. In questo Paese, situato in basso a destra del continente africano, con i suoi 3.000 chilometri di costa affacciati sull’oceano Indiano, si seguono al telegiornale o alla radio, le probabili direzioni e la velocità dei venti. Ognuno si prepara come può. Le finestre delle case vengono sbarrate. Sui tetti, gran parte dei quali sono lamiere di zinco, vengono collocati sacchi di sabbia. Chi invece vive in una capanna si prepara al peggio. Il fenomeno come quello dei cicloni era eccezionale fino a qualche anno fa. Ne arrivava in media uno ogni dieci anni. Dal 2019 ad oggi, invece, dopo Idai, sono arrivati Kenneth, Chalane, Eloise, Ana, Gombe e, per ultimo, Freddy che ha colpito, la nostra regione nel marzo 2023”.



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