Nel solco di S. Francesco Saverio
Ogni anno, i missionari Saveriani celebrano in tutte le loro comunità, sparse in una ventina di nazioni nel mondo, la festa del loro santo patrono di cui portano sì il nome, ma soprattutto condividono l’ideale: portare il Vangelo ai non cristiani.
San Francesco Saverio aveva uno zelo instancabile, un amore ardente per Cristo e una grande carità verso i poveri, i piccoli e gli oppressi. Il sogno del Saverio era raggiungere la Cina, però la febbre malarica e la morte lo colse nell’isola di Sancian a pochi chilometri dal continente. San Guido Maria Conforti, guardando il Crocifisso e sentendo il grido di Gesù dalla croce “Ho sete”, ha raccolto l’invito a proseguire il lavoro apostolico lasciato dal Saverio e fondò l’Istituto Saveriano. In Cina, inviò tutti i suoi missionari fino al 1950.
Anche noi saveriani della Puglia ci siamo riuniti il 6 dicembre assieme al Vicario Generale, mons. Alessandro Greco, e una trentina di presbiteri.
Dopo alcune parole di benvenuto da parte del rettore p. Gianni Zampini, è seguita la celebrazione liturgica. Mons. Alessandro ci ha ricordato che “nessun sacerdote o missionario porta sé stesso al mondo; con lui c’è Dio. La missione è comunione: non è vissuta tra battitori liberi, ma si svolge in un’unità che fa riferimento allo stile di Cristo. Lo Spirito e lo stile missionario devono animare la comunità cristiana e la sua azione. Non si tratta di aggiungere cose nuove, ma fare le cose di sempre con uno spirito e uno stile di missione. Il presbitero cerca il metodo più efficace non per super alimentare i fedeli, ma per renderli consapevoli della loro missione, che è la missione di ogni parrocchia o cristiano: portare il Vangelo ovunque… L’autentica comunità cristiana non si chiude in sé stessa, ma si mette in ascolto degli altri, delle altre comunità cristiane e del mondo, di coloro che sono vicini o lontani. Nei nostri cammini sinodali ci sono i problemi del mondo, della giustizia, della pace, dei poveri e degli immigrati… ma come li trattiamo? Molti immigrati non sono cristiani e li abbiamo in casa. Chiamiamo i missionari a prendersene cura o dobbiamo considerare questo fenomeno come un’occasione per essere “noi-parrocchia” missione aperta che accoglie e integra? La condizione per giungere all’integrazione è anzitutto non aver paura dei diversi, ma ascoltarli, conoscerne la storia, la cultura e la religione… In una parola accoglierli come parte della comunità civile e religiosa”.
La giornata si è conclusa con il pranzo in uno spirito di allegra fraternità sacerdotale.







