Nei crocifissi della storia
LA PAROLA
Convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i dèmoni e di guarire le malattie. E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi. Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi partite. Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro». Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni.
Il tetrarca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risorto dai morti», altri: «È apparso Elia», altri ancora: «È risorto uno degli antichi profeti». Ma Erode diceva: «Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?». E cercava di vederlo (Lc 9,1-9).
L’invio dei Dodici è un testo che ci è particolarmente caro. Eppure, la sua interpretazione non è né facile né scontata. Luca è l’unico evangelista che narra due invii: quello dei Dodici e quello dei settantadue, allargando in modo inedito l’orizzonte della missione affidata alla comunità credente.
Nel primo invio Gesù conferisce ai Dodici “forza e autorità su tutti i dèmoni e di guarire le malattie”. La frase seguente chiarisce il significato di questa prima affermazione. Alla forza e all’autorità sui dèmoni fa eco “l’annuncio del Regno di Dio”; al curare le malattie corrisponde il “guarire gli infermi”. Non siamo quindi di fronte ad autorità e poteri assoluti da esercitare gerarchicamente in ogni ambito della vita del credente. Essi hanno senso solo nella lotta contro il male e contro le conseguenze nefaste che ha sulla vita dell’uomo. La buona notizia che i Dodici devono portare è quella del regno. Soltanto dopo la Pasqua, come testimoniano gli Atti degli Apostoli, diventerà anche il vangelo di Cristo morto e risorto per noi.
Bisogna riconoscere che Gesù ha speso molte più parole per descrivere lo stile del loro andare che non le attività da svolgere, forse perché il viaggio è importante quanto la meta. Perché di viaggio si tratta. Il cammino è l’ambiente di vita della missione. Non bisogna portare nulla con sé. Questa povertà viene resa ancora più esplicita dalla serie di “né” che fanno da corollario: né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, né due tuniche. Coloro che percorrono la strada in quel modo avranno per forza bisogno di essere ospitati e rifocillati nelle case di chi li accoglie. Fin dove questi comandi sono veramente possibili e da prendere alla lettera parola per parola? Forse, come dev’essere per tutta la Scrittura, è necessario ascoltare la musica più che le singole note.
Secondo le norme rabbiniche, i pellegrini che salivano a Gerusalemme non dovevano avere con sé né borsa né bastone. Anche la missione è un pellegrinaggio non già verso il Tempio, ma verso ebrei e gentili. In questo senso la missione è paragonabile a un atto liturgico. Dio non è confinato a uno spazio sacro: è presente nella persona dei suoi messaggeri. Sono loro la tenda dell’incontro che cammina per il deserto insieme al popolo. Grazie all’annuncio del Regno e alla lotta contro il male, la sfera del profano può trasformarsi nel santuario della presenza del Signore. La santità richiesta all’inviato scaturisce dall’immersione nel mondo e non dall’allontanamento o, peggio, dal rifiuto di esso.
L’essere sprovvisto di mezzi e la totale dipendenza dall’accoglienza di chi lo ospita, è ciò che meglio rende ragione di un Dio che ha fatto della stoltezza della Croce la sua unica potenza e dei crocifissi della storia la sua casa. Anche noi, come Erode, siamo sorpresi da questo galileo che non entra in categorie vecchie e prestabilite. Chi è dunque costui? E cerchiamo di vederlo.







