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Morire per Vivere: Padre Tartari e Padre Pugnoli

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La morte, sorella e madre della vita che non ha fine

Queste parole non hanno senso per coloro che non credono. Per loro, la morte è "il nulla eterno" che mette fine alla vita. Per chi crede davvero in Dio "amante della vita", la vita è il più grande dono di Dio, anzi è Dio stesso. Chi ama la vita ama Dio e viceversa. Gesù ha parlato chiaramente: "Io sono la resurrezione e la vita. Chi vive e crede in me non morirà in eterno, e anche se morto, rivivrà".

Con lui, crocifisso e risorto, la morte è redenta, trasformata. Diventa sorella della vita. Ancor di più: sua madre. Come il seme che muore sotto terra per portare frutto. Così il mese di novembre non è il mese dei morti, ma il mese dei viventi in eterno. Il loro numero cresce sempre più. E tra essi, anche alcuni missionari saveriani, di cui vogliamo tratteggiare brevemente la figura.

P. Cesare Tartari

Tartari1Nato a Piadena il 4 settembre 1912, era rimasto orfano di mamma quando aveva tre anni; a cinque anni, anche il padre morì durante la prima guerra mondiale del 1915-'18. Fu allevato da parenti e soprattutto dalla sorella maggiore, che gli fece da madre.

Entrato bambino di 11 anni nel seminario di Cremona, aveva conosciuto i missionari saveriani e il loro fondatore il beato Conforti. Subito aveva cullato il sogno di farsi anche lui missionari o: entrò nell'Istituto di Parma e face la professione religiosa nel 1930. Dopo 7 anni, fu ordinato sacerdote e cominciò a fare l'insegnante agli aspiranti missionari, prima a Grumone (CR) e poi a Poggio San Marcello (AN) fino al 1941, quando fu chiamato nell'esercito.

Fu cappellano militare in una grossa unità di fanteria operante in Iugoslavia e poi in un campo d'aviazione e in un ospedale da campo per quasi tre anni, fino all'armistizio. Mentre molti dei suoi soldati tornavano in famiglia, egli preferì restare accanto a 200 di loro, che si erano dati alla macchia diventando partigiani. Aveva scelto di restare accanto a loro, ma senza prendere in mano il fucile.

Ogni giorno aveva per compagnia la fame: doveva vivere con sole sette patate, nelle interminabili marce da un monte all'altro. Così, fra tante avventure che si posso no leggere nelle sue memorie, giunse la fine della guerra; una breve prigionia tra i partigiani comunisti e, finalmente, il ritorno in patria.

Il 17 dicembre 1946, p. Tartari poté realizzare il suo sogno come missionario e partì per la Cina con un folto gruppo di altri saveriani, tra cui il cremonese p. Angelo Scaglia. Purtroppo, dopo soli 4 anni, fu scacciato dal regime di Mao Tsetung, ma non volle tornare in Italia. Entrò in Giappone, che diventerà la sua seconda patria. Qui lavorò per ben 46 anni, come parroco in varie città. Ma le gioie più grandi le ebbe a Kanoya, nel lebbrosario di cui era incaricato ed assistente spirituale.

Egli stesso lo confessa: "La mia vita era un piacevo1e vagabondare su e giù dalle corsie dell'ospedale alle casette dei lebbrosi. Ebbi e diedi tante consolazioni".

Però, non con il successo che ogni sacerdote segretamente sogna: appena due battesimi in sei anni! Ma quanto amore nelle sue visite quotidiane e quanti sorrisi! Uno dei primi giorni, giunse a sera con un gran male ai muscoli delle guance. Un lebbroso gli rivelò che la causa era il suo continuo sorridere. P. Cesare racconta con commozione quanto gli rivelò un malato riconoscente: "Padre, quando arriva lei è come se apparisse il sole".

P. Virginio Pugnoli

Il 16 settembre scorso si è spento a Parma, nella Casa Madre dell'Istituto saveriano, padre Virginio Pugnoli (foto sopra). Era nato a Pessina il 7 luglio 1921, da Egidio e Marietta Cantarelli, terzo di cinque fratelli. Entrato bambino nel seminario diocesano di Cremona, vi resta fino al compimento degli studi classici. A 19 anni, inizia il noviziato a S. Pietro in Vincoli (Ravenna) per diventare missionario saveriano. Fatta la prima professione dei voti religiosi, compie gli studi di Teologia a Parma, dove viene ordinato sacerdote il 20 aprile 1946.

Comincia il suo servizio nella scuola apostolica di Vicenza come economo e come insegnante, e poi a Cremona con lo stesso ruolo.

Chiamato a Parma al Capitolo generale, viene trattenuto in Casa Madre come vice-economo e segretario generale fino al 1956, quando ha la gioia di essere finalmente destinato alle missioni del Giappone. Dopo solo un anno di studio della difficile lingua giapponese, viene nominato rettore ed economo della comunità saveriana di Kobe.

Nel 1963 deve lasciare la missione e tornare in Italia, perché nominato rettore del Liceo saveriano, a Tavernerio (CO). Deve esser stato duro l'addio al Giappone per svolgere il delicato compito di responsabile nella formazione di 60  giovani missionari! Ma p. Virginio non ha esitazioni o incertezze. Obbedisce, come aveva sempre fatto e come farà in seguito, quando viene chiamato a Roma, nella Casa generalizia. Qui resta per molti anni, svolgendo l'attività di economo e di rettore della comunità.

Dal 1984, egli torna alla Casa Madre di Parma, come rappresentante legale del1' Istituto e amministratore della Procura delle Missioni. Si dedica instancabilmente al suo lavoro fino a pochi mesi fa, quando gli viene diagnosticato il male incurabile, che lo ha portato presto alla fine.

Sapeva svolgere ogni sua attività con estrema perizia e precisione, con grande discrezione e totale dedizione. Attirava l'ammirazione e la fiducia dei superiori e dei confratelli. P. Virginio amava tornare spesso nella sua Cremona, dove tutti lo ricordano con stima sincera.

La stessa stima nutrono per lui i molti amici che lo hanno conosciuto nelle varie città dove egli aveva lavorato. Un grande missionario che ha fatto onore al suo Istituto, alla sua diocesi e al mondo missionario.



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