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Il quotidiano “Il Cittadino” di Lodi ha pubblicato un’interessante intervista, a cura del giornalista Eugenio Lombardi, a p. Oliviero Ferro, Saveriano settantatreenne, piemontese di Borgosesia. Dato che la pagina di Desio raggiunge anche tutti i nostri amici del Piemonte, pensiamo di far loro cosa gradita riportare l’intervista, solo un po’ ridotta per motivi di spazio (p. Meo Elia, sx).

Il giornalista comincia esprimendo il suo stupore per il fatto che p. Oliviero è anche arbitro di calcio. E p. Oliviero gli risponde. “Perché deve stupirti? Sì, sono arbitro di calcio UISP, tesserato dal 1972; ho fatto il corso a Parma, dove ho condotto alcune gare, mentre in Congo sono stato istruttore per le nuove leve di arbitri: alcuni di loro sono diventati veramente bravi, tra l’altro. Sono anche Capo scout con il brevetto del 1998 con l’Agesci e in Camerun sono stato responsabile regionale per la zona dell’Ovest. Sono anche un appassionato di archeologia in Sardegna. A Macomer, ho aiutato i ragazzi del nostro seminario minore ad approfondire la storia sarda”.

Tanti interessi… Ma com’è maturata la vocazione missionaria? 
Una vocazione arriva per un insieme di circostanze. I miei genitori erano impegnati in parrocchia e io rimanevo colpito dal loro esempio. Mio zio era parroco, la sua chiesa era sopra il Lago Maggiore e c’era un Saveriano che mi raccontava le sue esperienze. Poi, sempre da ragazzo, in seminario ho visto un film ambientato in Giappone, dove una giovane viveva fianco a fianco con i reietti di una bidonville di Tokyo. Ne rimasi molto colpito, quella storia mi ha indicato una precisa direzione, a cui sentivo di non potermi sottrarre.

Quando sei diventato prete?
Foto di p. Oliviero Ferro, gennaio 2008.Foto pubblicata in MS, marzo 2008, pagina di Piemonte/Liguria e Reggio Calabria.Nel 1975. I primi cinque anni li ho vissuti a Macomer, in provincia di Nuoro. Poi, ho fatto un anno di studio a Parigi per il francese e sono partito per il Congo RD, dove ho trascorso otto anni. Ero in una parrocchia sul Lago Tanganika, si estendeva per 130 chilometri ed eravamo in tre. Avevamo diviso il territorio in undici settori, di cui cinque erano nei pressi del lago, cinque in terraferma e uno sulla montagna. Tra mille disagi ci spostavamo per andare ad incontrare le piccole comunità: portavamo la Parola di Dio, ma anche medicine ed altri generi di prima necessità. La difficoltà maggiore erano le distanze. Per questo, davamo molta importanza ai laici, che erano veri e propri diaconi permanenti, che applicavano la pastorale: c’era un confronto continuo, sempre ricco di scambi e di approfondimenti; si limavano solo alcuni eccessi legati al tribalismo. La gente faceva i chilometri con la piroga per venire a Messa. Gli africani hanno il senso della festa, esprimevano l’accoglienza con le danze.

Poi sei rientrato?
Sì, mi hanno mandato a Cagliari per un quinquennio, così ho avuto modo di apprezzare maggiormente la Sardegna, che è una terra ricchissima di cultura. Ma nel 1997 sono stato chiamato a Parma a svolgere un ruolo insolito per me: l’assistenza ai confratelli anziani e ammalati. Ho imparato a fare l’infermiere: potevo sentirmi non portato a svolgere questo compito, ed invece ho imparato e ho cercato di farlo nei migliori dei modi.

Ma l’Africa era ancora lì…
Ci sono tornato, ma stavolta in Camerun, che è di lingua francese. Ero in una parrocchia dove seguivo i giovani, l’animazione scout, le diverse comunità di base. Vivevo in una zona periferica della città di Bafoussam, abitata da seicentomila persone, ricca di tribù tradizionali, con ciascuna il proprio capo. Per coinvolgerli, ho fondato il “Gruppo san Nicodemo”: i capi non partecipavano ai sacramenti, ma facevano parte di una più ampia comunità. È stata un’esperienza di apertura feconda. Ad esempio, durante le processioni, queste comunità partecipavano ciascuna con la propria banda.

Adesso sei di nuovo in Sardegna
Ritornato in Italia, sono stato in vari luoghi e dal 2020 sono a Cagliari: seguo, in particolar modo, l’animazione missionaria, da Oristano in su. Incontro le Delegate missionarie nei vari paesi e i parroci, per ricordare l’impegno di ciascun cristiano di annunciare il Vangelo ovunque e a tutti.
Devo dire che in qualunque posto sia stato mi sono sentito a casa mia. Le radici, poi, non le ho mai dimenticate: sul comodino ho un libro con le poesie del poeta valsesiano Cesare Frigiolini.



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