Messaggi alle chiese: “Impariamo a vivere insieme”
Dall’omelia in occasione della celebrazione del XXV anniversario di episcopato, domenica 8 maggio.
Si dice giustamente che nel mondo c’è molto relativismo, che tutte le cose sono prese quasi valessero come tutte le altre. C’è però anche un “relativismo cristiano”, cioè leggere tutte le cose in relazione al momento nel quale la storia sarà giudicata. E allora appariranno le opere degli uomini nel loro vero valore, il Signore sarà giudice dei cuori; non saremo più soltanto in ascolto degli applausi e dei fischi, delle approvazioni o delle disapprovazioni. Sarà il Signore a darci il criterio ultimo, definitivo delle realtà di questo mondo. Si compirà il giudizio sulla storia, si vedrà chi aveva ragione. Tante cose si chiariranno anche per coloro che in questa storia ancora soffrono.
Guardando la gente che sfilava davanti alla salma di Giovanni Paolo II, pensavo che a poco varrebbe venerare un padre spirituale dell’umanità, se Dio poi non parlasse nell’intimo di ogni cuore, indicando a ciascuno di noi qual è il nostro compito, ciò che dobbiamo fare, ciò che è chiesto proprio a noi e non ad un altro. Dio stesso vuole entrare in comunione immediata con ogni creatura umana per guidarla attraverso la scoperta della sua missione e della sua vocazione.
Gesù ha detto: “Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me”. Abbiamo tutti un immenso bisogno di imparare a vivere insieme come diversi, rispettandoci, non distruggendoci a vicenda, non ghettizzandoci, non disprezzandoci e neanche soltanto tollerandoci, perché sarebbe troppo poco la tolleranza. Nemmeno possiamo tentare subito la conversione, perché questa parola in certe situazioni e popoli suscita muri invalicabili.
Piuttosto, “fermentiamoci” a vicenda in maniera che ciascuno sia portato a raggiungere più profondamente la propria autenticità, la propria verità di fronte al mistero di Dio.








