Marcire o risorgere?
Ero in Brasile quando la foto del latitante Battisti dallo sguardo sfidante e con un bicchiere di birra in mano, brindando, ha fatto il giro di tutti i giornali di qua e di là dell’oceano. Sono ancora in Brasile quando lo stesso è finalmente portato in Italia per scontare la pena che deve alla società. E ascolto l’espressione “marcire in galera”.
Ho visto l’immagine su un mezzo pubblico. Accanto a me, un signore, avendo capito che ero italiano, quasi con atteggiamento di sfida mi mostrò il giornale con la foto: “Ecco là, gli italiani!”.
Sono riuscito a mantenere la calma e ho girato lo sguardo in altre direzioni. Nella poltrona davanti a me un giovanotto con un ciondolo all’orecchio, era una croce. Fu sufficiente per tornare al Nuovo Testamento e alla parola di Gesù: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). In tasca, poi, sento di avere la corona del rosario. È una seconda ispirazione: Maria, madre della misericordia. Pregai come faccio sempre quando passo davanti al carcere di Hortolândia: “Mamma, che ti sei sentita dire ‘niente è impossibile a Dio’, tocca il cuore di questa gente, perché torni a essere gente per bene”.
Abbiamo celebrato il quarto anniversario della nascita della nostra parrocchia (17 gennaio) San Guido Maria Conforti in Hortolândia. Abbiamo circa 30/35 mila anime alle quali bisogna aggiungere undicimila detenuti nel carcere Ataliba Nogueira. L’entrata del carcere è nel territorio della nostra parrocchia. Nella celebrazione del quarto anno di vita non potevamo dimenticarli, almeno con la preghiera. Per oltre due anni i nostri parrocchiani si sono messi in fila con i visitatori per offrire loro qualcosa da bere o mangiare.
Ora una norma di sicurezza ci vieta di metterci in fila, non siamo parenti! A noi missionari del vangelo di Gesù, però, non ci è vietato di educare la gente alla misericordia e alla coscienza della fraternità universale. Una mamma un giorno mi disse: “Adam è proprio un poco di buono, ne ha fatte di tutti i colori, ma è mio figlio”. Ecco, “è mio figlio”, dice il Creatore di ogni uomo e donna della terra. Sono andato in quel carcere per incontri personali (dialogo, confessione, chiacchere...). Mi sono convinto che per molti, c’è la possibilità di una rinascita. Certo, il carcere di Hortolândia difficilmente risponde a quello che recitano le costituzioni dei nostri paesi. Eppure, ci sono dei piccoli ma validi tentativi di reinserimento nella società con scuola e lavori dentro e fuori il carcere. Anche qui si può sognare.
E allora perché non sognare per tutti, anche per Battisti, la possibilità di una presa di coscienza delle proprie responsabilità, di una revisione critica della sua vita, pentimento provato, vero e soprattutto non per avere sconti di pena o migliori trattamenti. Personalmente, mi chiedo fino a che punto un pentito debba avere migliori trattamenti. Può sembrare un paradosso, ma se sono pentito, capisco d’aver sbagliato e desidero pagare. Ho capito di aver fatto del male, “merito” una punizione e ora tento di riparare con parole e opere. Senza sconti!
Comunque, con il vangelo in mano e la corona in tasca, continuo a insegnare alla mia gente che ogni persona umana è mio fratello e mia sorella, di cui nemmeno Gesù Cristo si vergogna (Eb 2,11). Per andare dalla nostra città di periferia alla città vicina molto più grande dobbiamo quasi sempre passare davanti al carcere. Continuo a chiedere di pregare per quella massa di detenuti e di sognare che almeno qualcuno di loro confessi che la spavalderia di un braccio alzato con il bicchiere di birra non era che un modo per nascondere il tormento di una coscienza che chiedeva drammaticamente: “Dov’è Abele tuo fratello?” (Gn 4,9).
Se la risposta non sarà ancora una volta quella di Caino, se non sarà ancora una volta la difesa acritica di sé e delle proprie azioni, se la risposta non sarà “Sono forse io il guardiano di mio fratello?”, allora il colpevole avrà ritrovato la sua umanità, continuerà in cella, certo, ma avremo un uomo che testimonia la possibilità di non marcire, ma di rifiorire, o, per me che credo, di risorgere.







